Il Fenomeno.

Quando decidi di andare a correre cerchi te stesso. Vorresti avere tutto lo spazio e il tempo per te. E’ un’isolamento positivo, un atto di sano egoismo che pretende qualche tua ora per ridarti quel tempo moltiplicato per mille, pieno di ossigeno, energia, vitalità.

Credo che accada anche quando vai a correre con qualcuno accanto.

E poi c’è il Fenomeno

Il Fenomeno è quel tuo simile che riesce ad irritarti anche quando sei in pace con te stesso e il mondo. Non fa nulla di straordinario, anzi, sembra che gli venga naturale fare quello che fa e che ti irrita all’istante.

Probabilmente siamo tutti un po’ il Fenomeno per qualcun altro.

Ho incontrato uno di questi Fenomeni qualche giorno fa, durante un allenamento nel quale mi ero imposto la disciplina di correre con ritmo blando e costante per non esagerare il lavoro del piede sinistro, che si sta riprendendo bene.

Al solito parco incontro ancora il corridore con cui avevo condiviso il ritmo nella prima corsa dopo l’infortunio. Anche questa volta mi chiede se possiamo correre insieme e iniziamo a girare per il parco, senza forzare. Il caldo è aumentato dall’umidità e noto che l’uomo indossa comunque una casacca antivento. Non posso non chiedergli:”Ma non ha caldo?” 

Sì molto, ma devo tenerla…” e inizia a raccontarmi il suo ultimo anno di storia, delicata e dura, e che per il momento non racconteremo in questo blog. 

A quel punto spunta il Fenomeno. Spunta dalla sinistra, corre come fosse posseduto. Corre dentro un completino di cotone giallo arbitro di calcio e sul petto sfoggia un bel logo verde tropicale. Del resto in Brasile si giocano i mondiali di calcio… Ai piedi un paio di scarpe molto colorate, molto evidenti, molto tropicali anche quelle. E osserva. Gira continuamente la testa, respira affannosamente e fissa chiunque riesce a superare.

Al parco, verso il tramonto, si corre per rilassarsi, il terreno è ampio, ognuno può scegliere la propria velocità senza imporsi sugli altri. Lui no. Lui si mette in scia a chi, come noi, procede più lento e lo supera e lo guarda e lo fissa e ansima e passa via, velocissimo. Credo di non sbagliarmi se dico che andava al doppio del mio ritmo.

Fenomenale

Il mio compagno di allenamento continua a raccontarmi la sua storia e io resto quasi senza fiato, ma non per la corsa questa volta. 

Quand’ecco, dieci minuti dopo, forse meno, salire un fenomenale “Hop, hop” alle nostre spalle. “Hop, hop“. Mi volto. Ecco il Fenomeno, splendido under 30 di cotone pesante colorato, meno caraibico, più sudato e ansimante. Ci supera, ci fissa, dentro la sua velocità trova l’agilità di sbattere per ben due volte il dorso della mano destra nel palmo della sinistra. “Hop, hop”. E vola via. 

A 300 metri dal luogo dove il Fenomeno ci ha dato una lezione di ritmo e stile il percorso fa un ampia curva. Il Fenomeno la imbocca e splendido sparisce.

Arriviamo anche noi alla curva, guardo il mio compagno perché sento che il suo respiro è diventato stanco, mi dice che pensa di fermarsi:”Ma dopo quello lì“.

Punta l’indice verso il Fenomeno che, contraddicendo il pronostico, si è fermato e si regge con il braccio ad una panchina e, bronzeo come un atleta di Riace, contiene scultoreo conati di vomito con plastica virilità. Sbuffa, è rosso. Ci vede e alza il pollice. Accenna un sorriso. “Tutto ok?“, chiedo.

Alla grande, tirato troppo“, sempre con il pollice alto. 

Gli rispondo con espressione veneta a km 0 che fa scoppiare  a ridere il mio compagno

Lasciamo già con nostalgia alle nostre spalle il Fenomeno e poco dopo l’uomo che corre con l’antivento mi saluta.

Ci stringiamo la mano mentre cambiamo ritmo e mi sembra che mi passi qualcosa in quel gesto.

Una sorta di borraccia dell’anima.

 

Ciao,

Alberto (@per4piedi)

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