La nostra Treviso Half Marathon: un sapore perfetto.

Domenica 12 ottobre, una settimana fa.
Ho aspettato otto giorni per mettere nero su bianco la mia Treviso Half Marathon, la mia prima mezza Maratona, la prima gara “seria” con Andrea. Tante prime volte, in una volta sola.

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Prima della Treviso Half Marathon non avevo mai toccato i 20 km, e quattro mesi fa nemmeno pensavo di poterlo fare.
Forse è stato questo pensiero che mi ha annodato lo stomaco nei tre giorni prima del via. Emozione, tanta, mescolata a qualche dubbio (arriverò in fondo?), a qualche dolore (la testa a volte!), a qualche momento di esaltazione (voglio tagliare il traguardo ridendo).

Tante suggestioni che sono esplose nell’abitacolo dell’auto di Andrea quando ho detto:”Ieri sera mia mamma si è innervosita per come giocava la nazionale di pallavolo contro la Cina e ha preso il mio pettorale appoggiato sul divano e…”.
Andrea ha urlato:”Il pettorale! L’ho lasciato a casa!”.
In quel momento sono piombato nella realtà. C’era una gara lunga da correre e il mio compagno di corsa aveva lasciato a casa il pettorale.

Frena, freccia, Andrea accosta. Sbianca in viso. Io salto nella macchina di Michele, compagno di squadra di Andrea nella Scuola di Maratona di Vittorio Veneto, mentre Andrea è già sulla via del ritorno.

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Io, Michele e la sua morosa Michela ripartiamo. Si sono conosciuti grazie alla corsa e questa cosa mi piace. Raggiungiamo Treviso e io ho mille curiosità. Ne sparo una dopo l’altra, loro rispondono a tutto, divertiti dalla mia emozione. Sono come un bimbo la prima volta al luna park.
Andrea ci informa che sta tornado a Treviso con il pettorale.

Imparo che i bagni sono il luogo più frequentato delle gare come questa prima dello sparo di inizio. Poi viene la zona del deposito bagagli. Terzo luogo più frequentato prima di una mezza Maratona è il ritiro pettorali.
Arriva Andrea, ci ritroviamo, foto di rito…

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… la guardo e mi chiedo come sarò tra un paio d’ore.

Poco prima della partenza incrocio Gelindo Bordin, primo italiano a vincere una Maratona alle Olimpiadi. È accaduto nel 1988, a Seul. Avevo 8 anni, lui per me era una leggenda, anche se correre non era nei miei pensieri. Adesso è direttore marketing della Diadora. Ho pensato:”Ma sta accadendo davvero tutto questo?”

La linea della partenza mi aspetta, aspetta tutti i più di 2.500 runner, top o … che siamo.
Qual è l’etichetta per chi è all’opposto di un top runner?

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A due minuti dal via lo speaker annuncia l’inno di Italia e, caspita, a me una lacrima parte.
Come giornalista sportivo tutto quanto quello che sta accadendo ho avuto la fortuna di raccontarlo tante volte. Viverlo da protagonista ha un sapore davvero differente.

Buonissimo, credo di esserne già dipendente.

Su le mani e via, via, via. Mi supera un sacco di gente. “Il mio obiettivo è finire la Treviso Half Marathon con il sorriso. Passatemi pure, io corro tranquillo fino al km numero 10, poi se sto bene vi riprenderò tutti“, ingenui pensieri della prima volta.
Eppure…

Tengo un ritmo regolare fino a Carbonera e fino ai 10 km, e mi fa bene vedere che mi riesco a gestire. Ho la bottiglietta di acqua presa al primo ristoro in mano e mi rassicura molto. Perché la maggior parte dei partecipanti getta subito le bottiglie d’acqua dopo due sorsi?

Sento che la mente comanda il corpo e la dimensione che chiamo “arancione” arriva presto. Sono contento, aumento ritmo e velocità senza volerlo. Mi viene naturale. Mangio un pezzetto di mela ai 10 km, morsico lento, mastico lento, non voglio sbagliare nulla.

Mi sento controllato, ma libero. Le gambe corrono la gara che la mia testa sta correndo da una settimana.

Dal 12esimo al 15esimo km corro accanto ad una ragazza riccia. Ci incoraggiamo a vicenda. “A quanto siamo?”
“14”. “Era meglio non chiedertelo” “Dai che arriviamo” “Fa caldo” “Sì, ma ormai siamo in ballo”.
Cambio ancora ritmo, lei resta dietro.

Un altro spicchio di mela mentre il tracciato esce da Silea e va verso il centro storico di Treviso, lungo l’argine del Sile. Supero un sacco di persone.
Non me ne importa nulla, ma vedo che mi aiuta ad avere fiducia.

Supero piuttosto il cartello dei 17 km, la mia frontiera. Andrea avrà già finito. Michele anche.

Io non ho mai corso più di così. Da quel punto in avanti è tutta terra sconosciuta per me. Corro, corro, corro.
Bene, mi sento bene davvero. E supero tanti concorrenti paonazzi e ansimanti.
Bevo quando sento il bisogno. Corro, corro, corro.
Si è spento lo smartphone. La gente lungo la strada ci applaude. È
davvero suggestivo l’argine del Sile, mi pare che quella zona si chiami Restera. Sento l’umidità, il caldo.
Una signora sventola la bandiera italiana e dice a voce alta il numero di pettorale dei concorrenti. Ripenso al pettorale che Andrea ha recuperato all’ultimo istante.
Corro, corro, corro.

Ma quanto cavolo dura questo km numero 17?

E poi appare un cartello con scritto 19. Il 18 boh, non l’ho visto, non c’era, non lo so.
L’effetto è bellissimo. Mi rendo conto che respiro bene, il cuore rimbalza allegro, i piedi vanno fluidi.
Sì, sto bene.
Lieve salita su pavé all’ingresso in città, si sale verso Piazza dei Signori. C’è gente lungo la strada, ma non sembra così contenta come quella lungo il percorso.
Decido di andare più veloce: sto concludendo la mia prima mezza Maratona e ho l’irriverenza di strappare qualche istante alla strada.
E poi in lontananza appare l’Arrivo. Brividi. Sorrido. Poi vedo il cronometro: 2 ore e 05.
A 300 metri dalla fine vedo Andrea che salta:”2 e 05, 2 e 05 vai”.

Il tappeto blu che mi porta oltre la fine è un sogno che mi scorre sotto i piedi e le mie Mizuno rosse.

Proseguirei ancora, sono concentrato, sono contento.
Sono in piedi.

Andrea mi raggiunge. È contento. Mi salta sopra. Gli cade l’IPhone. Non so quante volte ci abbracciamo. Mi tolgono il chip misura tempo. Mi mettono la medaglia della Treviso Half Marathon al collo. Ho all’improvviso sete e bevo acqua come se non ci fosse un domani… è un gran bel momento.

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Andrea ha centrato il suo personal best: 1 ora e 32; io ho terminato la gara (definitivo 2 ore e 04).
Questo quadretto, che sembra la pubblicità dell’Amaro Averna, mi piace.

Ci aspettano a casa di Andrea per il pranzo. Squilla il telefono. È Marta, la sorella di Andrea. “Dove siete?” “Stiamo partendo.” “Muovetevi che alle due ho il treno per Milano.”
“Marta, abbiamo appena finito di correre”, dico.
“Non ve l’ho mica detto io di correre”, dice.

Ha ragione. Non ce l’ha detto nessuno…

Mi metto a ridere e mordo la mia medaglia.
Stare da questa parte della storia ha un sapore perfetto.

Ciao,

Alberto (@per4piedi)

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Runnerpercaso ha detto:

    Complimenti ragazzi,per il PB di Andrea, e per la prima tua gara Alberto! Capisco le emozioni della prima mezza,io ho pianto e non lo nascondo! Adesso sotto con un’altra! In bocca al lupo per il futuro!

    1. albertorosa22 ha detto:

      Grazie mille! E crepi… oppure corra con noi! Questi messaggi ci fanno bene! Siamo già sulla strada verso i prossimi obiettivi. Abbiamo iniziato a correre per caso e spesso ciò che accade “per caso” porta a qualcosa di buono che ti sta aspettando!
      Ciao,
      Alberto #4piedi

  2. Alessandra S. ha detto:

    …era anche la mia prima mezza e questo racconto emozionante sembrava il mio. Grazie! E adesso via con la prossima.
    Alessandra

    1. albertorosa22 ha detto:

      Grazie Alessandra, che bella coincidenza! Grazie per averla condivisa qui.
      E adesso via con la prossima, già già già!

      Ciao,
      Alberto e Andrea

  3. Pingback: Per 4 Piedi

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