30 chilometri.

Se scrivessimo che non è stata dura saremmo due idioti.
Sabato 7 marzo io e Andrea abbiamo corso un allenamento lungo 30 chilometri. 2 ore e 58 minuti: era la mia prima volta su una distanza tanto prolungata e Andrea, una settimana prima, aveva corso la Treviso Marathon.
E’ stato impegnativo.
Però è stato divertente, molto.
E questo lo prendo con un buon segno. Tra venti giorni Andrea ed io dovremo essere arrivati al traguardo dell’Unesco Cities Marathon.

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Non riesco a pensare con chiarezza a quel momento, lo immagino molte volte, ma non lo visualizzo completamente. La strada percorsa in questi otto mesi, più i trenta chilometri, mi hanno insegnato, ancora di più, che uno degli errori più imperdonabili sarebbe dare per scontato il metro che sembra più semplice. Abbiamo iniziato l’allenamento all’ora della partenza da Cividale del Friuli e mentre facevamo i primi passi mi sono ricordato che la notte tra il 28 e il 29 marzo l’Italia passa all’ora legale, quindi dormiremo meno. Inoltre, è probabile che nell’aria ci sia già qualche polline della primavera appena iniziata.
Sarò matto, ma, al momento, questi due elementi rendono la mia immagine di quel giorno ancora più affascinante.
Sono due elementi naturali, dunque mi appartengono.

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Nella quasi tre ore di corsa abbiamo parlato di varie cose, un chilometro dopo l’altro scandito dal bip elettronico del Polar rosso prestato da un amico.

Di cosa abbiamo parlato mentre cercavamo di scioglierci correndo?

Di donne, di pallavolo, di lavoro, di giornalismo, di futuro, della vigilia della Maratona, di Mizuno e Asics, di asfalto, di cibo, di integratori, di biscotti secchi (Andrea ne aveva quattro in un sacchettino di plastica che teneva in mano). Dei beccucci delle bottigliette da mezzo litro di acqua. Del fatto che la pasta con il burro e il parmigiano è una grande invenzione, più grande dell’America. Di cervo brasato e Cartizze frizzante, di palleggio veloce e diagonali sui tre metri. Di Van Gogh e musica rap. Dell’Arena di Verona, di romani e longobardi. Del fatto che di tutte le persone che abbiamo incrociato mentre stavamo correndo, l’unico ad aver ricambiato il saluto con un sorriso sincero sia stato Assam, del Camerun, che in bicicletta tornava a casa dopo il turno di notte in fabbrica.

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Al ventesimo chilometro ci siamo fermati per mangiare i biscotti e fare streching.

Sulla strada non c’era nemmeno un’ombra e il sole scaldava. Forse per l’istinto cambiato dalla corsa ho guardato solo verso la strada che mancava per ritornare al punto di partenza.
Da qualche settimana mi sono accorto di non guardare quasi mai più indietro. E mai come in questo periodo ho ben chiaro da dove provengo, come è partito questo viaggio chiamato Per 4 Piedi, e so dove voglio arrivare e con chi accanto.
In quel momento ho capito di camminare sulla frontiera.
E senza ombre sull’asfalto che spinge forte verso l’estate, ho capito di correre sulla mia linea d’ombra. Senza filosofie o suggestioni. Sento che se davvero supererò con il sorriso il traguardo di Aquileia, qualcosa cambierà.

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Poi siamo ripartiti. Andrea ha detto:“Proviamo una cosa”, e si è messo a tirare. 5,20 al km. 5,15 al km. “Quanto siamo?” “5,18, 25 km e io parlo ancora”, ho risposto.
Andrea mi stava davanti. Fino ai 20 chilometri ho dato io il passo e nei tratti in fila indiana guidavo io. Ecco, avevo voglia di guidare. Andrea se ne è accorto e ha sorriso.
Gli ultimi tre chilometri li abbiamo corsi in silenzio. Abbiamo fatto fatica. Non abbiamo mollato. Abbiamo avuto sete. Abbiamo imparato qualcosa. Quando è scattato il numero 30 ho alzato le braccia. Ero contento.
A casa mi aspettava mio zio Bepi. Lui di Maratone e UltraMaratone ne ha corse tante davvero. “Fai un bagno caldo con il sale grosso. Sei abbronzato”, mi dice.

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Ha ragione.
Ad inizio marzo, sulla frontiera, può accadere di abbronzarsi.

Alberto (@per4piedi)

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