Parallelo.

“Quando hai superato il traguardo avevi una determinazione che non ti avevo mai visto addosso. Sembrava dicessi fanculo anche la Maratona. Mamma mia.”

  
Già, mamma mia. Poche parole, scandite dietro un sorriso perfetto e occhi lucidi di emozione e orgoglio. Quegli sguardi che hanno in sé un senso di futuro e di infinito, che rimane anche quando quel momento svanisce, come la scia di un profumo che corre con una velocità diversa dalla tua.
Il post sulla mia prima Maratona l’ho intitolato “Latitudine” perché ho sentito di aver raggiunto un confine. Con quel traguardo io e Andrea avevamo realizzato tutto quello che avevamo stabilito e con quattro mesi di anticipo rispetto all’idea iniziale. Dopo di lì tutto è frontiera

 

Avevo già in testa il successivo traguardo, ambizioso. Venezia, in ottobre, nell’anno della trentesima edizione della Maratona che evoca storia, stimola seduzione, impone fatica. Dicono che gli ultimi chilometri della Maratona di Venezia, quelli sui ponti e passerelle che ingannano l’acqua della Laguna, diano un’estasi ipnotica, un po’ folle, un po’ lucida. Un gomitolo di malinconia e serenità. Tanto davvero accidenti. Almeno, così dicono. Proverò, sempre con il mio impegno, sempre con il mio sorriso.

  
Raggiungere quella prima latitudine ha preteso giorni di allenamenti a volte furibondi e furiosi… poi le parole hanno dato un senso perfetto all’universo che la corsa mi ha schiuso davanti al cuore.

Ora ho dovuto cercare, scavare a fondo per schiudere nuovi progetti, motivazioni, sogni.

Sono fatto così, a volte commetto errori ingenui per eccesso o assenza di affetto. A volte realizzo cose enormi per qualcuno e nemmeno me ne accorgo.

Sono fatto così, me lo ha ricordato, forse insegnato, la corsa: quella strana arte di annullarti per affermarti. Prendere o lasciare.

Per far funzionare bene il tutto mi devo porre sempre nuovi obiettivi. Noto che per me la tattica giusta (chiamiamola così) è fissare un traguardo oggettivamente difficile da raggiungere visti gli elementi di partenza, e tanti obiettivi più alla portata lungo il percorso. 

Per pianificare un viaggio così, pensare è necessario. Pensare ha il brutto risvolto che ti imbriglia, spesso. Ti trovi nel mezzo di una contesa senza pietà tra la testa e il cuore, con il collo che diventa una città di confine, di quelle in cui la calma è sottile, e il più delle volte quel confine segna lo spazio tra un tramonto di tempesta e una mattinata serena.

E poi mentre penso a quello che farò, mi trovo a correre circondato da un’umidità simile a quelle che mi descrivono i miei amici che da anni, per lavoro o per volontariato, frequentano l’Africa. Si fa fatica, molta. Il sudore scivola copioso, la mente inizia a dire rallenta, cammina, ferma, torna a casa a bere. Ti senti frustrato, quasi triste. Dicono siano gli allenamenti migliori. Ho incontrato Ir e Morena, correvano anche loro. Li ho raggiunti, mi sembrava procedessero ad un ritmo buono anche per me. 

“Posso correre con voi?”, ho chiesto. “Me ne sto un po’ in disparte, non vi disturbo.”.

“Vale”, ha risposto Morena.

“Siete spagnoli?”.

“Vale”.

Abbiamo corso per un paio di chilometri, ritmo rilassato, costante. In silenzio. Il mio corpo ha iniziato a funzionare come piace a me. Un movimento unico, armonico, la mente si è rilassata. Aveva solo bisogno di capire dove fosse e la regolarità dei due runner spagnoli è stata la chiave per accettare l’umidità.

E in quel momento, pian piano, ho ritrovato limpida la motivazione che mi porta a correre, a fare fatica, a cercare di migliorare me stesso riconoscendo e accettando i miei limiti. Provando ad accompagnarli ogni giorno un po’ più in là.

Per anni, davvero molti, fin da quando ero piccolino, ho conosciuto il mondo soprattutto attraverso le mani. Da quando corro, ho scoperto che il mondo è più completo se lo scopro anche con i piedi.

In questo tempo… non ho mai smesso di giocarci con il mondo.

E laggiù c’è Venezia.

  
Un abbraccio,

Alberto

(@per4piedi)

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