George, uno che prepara.

Sono al terzo chilometro dietro a George e ho quasi finito il fiato. Guardo il cronometro.

Stiamo procedendo ad un passo di 3 minuti e 51 secondi al chilometro. George è anche più veloce, avanti di una decina di metri da me.

Corre dritto, con le spalle aderenti al corpo e gli avambracci che vanno su e giù, come i pistoni di una locomotiva a vapore. Una volta ne ho vista una in funzione, so di cosa sto parlando.

Ogni 5-600 metri, George ferma i pistoni, distende completamente le braccia lungo i fianchi, senza variare la velocità di una virgola. 

Si veste sempre di verde: brillante, smeraldo, tinta bosco, scuro. Pantaloni lunghi Adidas anche d’estate, maglietta della nazionale del Cameroun, dove George è nato 38 anni fa, a Yaoundé, la capitale.

  
So un sacco di cose di George, anche se parliamo poche volte dopo un allenamento: io resto senza fiato. 

I nostri non sono allenamenti veri e propri però. 

Una volta mi ha superato sulla destra, avanzava con passo breve e regolare. Inesorabile. Sono stato subito incuriosito da quello stile tanto strano, quanto efficace. Si è fermato a bere da una fontanella, l’ho raggiunto e gli ho chiesto se potevo provare a stargli dietro per qualche metro. 

“Se vuoi”, ed è ripartito.

Da quella volta, quando lui mi supera e io sono in vena provo a stargli dietro fino a che riesco.

Di George so che è un uomo che prepara. 

Prepara i vestiti della corsa ogni sera, dopo che ha preparato la merenda per la ricreazione dei suoi due figli. So che prepara una tisana per sua moglie Gillian: a lei piace osservare il miele sciogliersi con l’acqua bollente. 

So che George mette insieme farina, lievito e acqua per preparare gli impasti per pizzerie, pasticcerie e alberghi. Lo fa durante la notte, ogni notte. Senza fermare la mani fino a che l’ultimo impasto non viene come vuole lui. E poi inforna o congela. Il paradosso di un panettiere. Insegna anche agli allievi di un corso di panificazione. Li prepara.

So che George preparava le gare con una precisione da artificiere quando correva per la nazionale del suo Paese, a vent’anni. 

So che non ha mai smesso di correre. Mai. Nemmeno quando si stava preparando per trasferirsi in Italia: mi ha raccontato che si è allenato anche nelle tre ore di attesa dell’aereo da Parigi a Milano. Altri anni, dice.

So che George è una brava persona, che si prepara a quello che sarà domani correndo dentro a ciò che oggi gli riserva. Me lo ha detto lui.

  
So che non raggiungerò mai il momento in cui potrò tenere il suo ritmo per una lunga distanza, però riuscire a seguirlo sempre un po’ di più mi spinge avanti.

Nel momento esatto in cui il terzo km a 3′ e 51” termina, George si è volta, mi sorride con sincerità, correndo all’indietro:“Alberto, fratello, sei una pantera, ma per te oggi basta. Va bene così.” Si rivolta e con uno scatto balza avanti ad attaccare i binari immaginari nel terreno.

Rallento, meno male. Riprendo il mio ritmo e sorrido anche io. Penso. Forse colgo addirittura l’ironia che c’è nel destino di un uomo che usa i piedi come George e per guadagnarsi il pane lo impasta con le mani tutta la notte, ogni notte.

Ciao,

Alberto (@per4piedi)

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