Cantina il Poggio: come volare.

Sorseggiavo un calicedi Malvasia freddo. Era l’inizio dell’estate e la campagna che avevo davanti agli occhi era bruciata dal sole.

  
Era tutto giallo. Abbagliante, come un cielo d’oro che si apriva tra le vigne.“Io qui ci voglio correre.”

“Come?”

“Io qui ci correrò.”

  
Passa la stagione e arriva un sabato mattina di metà settembre. Sono vestito in pantaloncini e maglietta dentro la macchina di Federico. Stiamo andando verso la cantina il Poggio a Cangelasio, vicino a Salsomaggiore Terme. Fede ha la macchina fotografica, gli piace dire:“Oggi sarò il tuo scudiero, tu corri, io ti seguo.”

  
La campagna che racchiude la cantina trasforma in collina le architetture liberty di questo comune del territorio pedemontano parmense. E’ un zona significativa per la produzione enologica emiliana a Indicazione Geografica Tipica. E all’altezza di 380 metri slm, la cantina il Poggio coltiva su terreno argilloso e calcareo uve di Barbera, Bonarda, Cabernet, Chardonnay, Merlot e Malvasia di Candia. 

  
C’è qualcosa che mi attira tra queste colline. Mesi dopo la prima volta le vigne sono rigogliose. La vendemmia a mano è da poco iniziata e tutto è una festa. 

Alle mie spalle c’è un vecchio hangar per elicotteri, che adesso ospita la sala degustazioni. Appena la manica del vento si riempie, parto. E’ tutto molto dolce. Disteso. Tranquillo. La prima discesa che dalla cantina porta nel cuore della tenuta è micidiale. 

  
Mi spinge subito verso il basso e i miei piedi se la godono. Allargo le braccia e l’aria riempie lo spazio. Mi accorgo che sto andando troppo forte, ma decido di prendere qualche rischio e godermi il momento. Ritorno sul piano e mi volto. 

Federico in lontananza scatta qualche foto e urla:“Ma che corsa hai preso?”

Non lo so, ma è stato divertente. 

  
Scendo dentro i vigneti di Malvasia. Mi lascio avvolgere. Sono impervi, ripercorrerli al contrario in salita sarà una bella prova. Una sfida in questa valle di calma. 

Senti la vita, ovunque, che saltella e mi scruta tra il verde. L’erba sibila. Le rose dai picchetti dei filari si nascondono come maschere nella nebbia di Venezia. 

  
Le vigne di Merlot arrivano fino alla riva di un piccolo lago circolare. Faccio due volte il giro, balzando tra radici e passerelle. Sono circa 400 metri: una pista di atletica al centro della collina.
  
Guardo il lago. 

Non sembra nemmeno di essere a pochi chilometri da Parma. Mi accorgo che il polmone di questo scrigno di vino è l’acqua racchiusa in questo lago. Adesso so che emergerà un ninfa. Mi inviterà a danzare con lei una musica che corre con il vento tra gli alberi, a zig zag tra le viti. E che mi guida, mentre risalgo lungo il pendio duro della collina. 

  
Dritto in mezzo all’uva, quella creatura si riprende la velocità che mi aveva regalato all’inizio. E io annaspo, affondo le mani dentro la terra per non cadere. Sento la fatica di coltivare su queste pendenze. Non perdo il sorriso, perché sto correndo in un luogo che mi fa sentire a casa. 

La corsa crea sensazioni imprevedibili. E sul dorso di questo strano drago che si prepara all’autunno, sto volando anche io

  
Alberto

@per4piedi

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