Conoscerete la nostra velocità.

Volevo raccontarvi una storia che ho in testa da un po’ di tempo. E sarebbe andata così se, poco dopo aver posato la stilo sul foglio, la mia amica Elena non mi avesse inviato questo messaggio:“Leggendola, mi sei venuto in mente!”e questa frase

  
Non so a voi che effetto faccia.

A me ha fatto immaginare una clessidra e un uomo che sta correndo tra i granelli di sabbia che scivolano via per non tornare più. L’uomo fatica, annaspa, scivola. Cade, riemerge dalla sabbia. Azione impossibile, ma la volontà, la tenacia, la forza dei sogni la rendono realizzabile. Più l’uomo cade e si rialza, più trova l’equilibrio. Trova il ritmo. Trova lo stile di movimento. Quello proprio, quello naturale. Cadendo accetta se stesso, con tutto quello che ha e che non ha. E man mano che aumenta la propria consapevolezza attraverso l’esperienza, quell’uomo si regala la possibilità di migliorarsi.

  
Quando l’uomo trova la propria costanza può competere con il tempo. E ci corre dentro. Ci gioca, persino. Con il proprio ritmo, il proprio stile. 

Le prime volte che andavo a correre in molti mi prendevano per matto, non voglio girarci attorno. “Ma che fai? Non hai mai corso!” “Fai già tante cose, trovati una ragazza piuttosto.” “Non ti basta il lavoro? Riposati.” “Dove vuoi arrivare, a New York, quella sì che è una lunga Maratona?”

Risolviamo due equivoci. Ogni Maratona è lunga 42 km e 195 metri. Chi corre non necessariamente sogna la Maratona di New York.

Io stavo cercando (e cerco!) soltanto di andare oltre.

  
Andare oltre significa voltare pagina sul proprio passato, che troppo spesso appesantisce il presente e dunque rallenta il futuro. Andare oltre significa accettarsi e così accettare gli altri. Accettarne le contraddizioni e i limiti, anche quelli che proprio non sopportiamo. Andare oltre è capire che “io ti voglio bene” significa, né più né meno, “io voglio che tu stia bene”.

Una domenica di metà febbraio correvo a Verona. La Giulietta&Romeo Half Marathon, che nell’ultimo chilometro prevede di entrare nell’Arena. Quel momento è stato un tatuaggio nell’anima. Tuttavia, non è stato quello il momento che voglio ricordare. Verso il 14esimo chilometro incontro una coppia di uomini. Corrono fianco a fianco. In modo strano. Li osservo meglio e noto che sono legati per i polsi. L’uomo che corre più lontano dal marciapiede è cieco, l’altro è la sua guida. Sono equilibrio in movimento. In quel momento mi accorgo che non c’è una guida che accompagna un cieco. Piuttosto mi accorgo che quei due uomini sono una squadra. E come filano. Ognuno di loro accetta l’altro, nella sua umanità. Ed è da questo legame che nasce il loro ritmo all’unisono. La loro velocità.

  
La frase di Elena mi ha fatto ricordare che la mancanza di tempo è una scusa. Quello che esiste è la mancanza di volontà. Non perseguire un proprio sogno ricorrente è solo un alibi. Alcuni alibi sono dolcissimi, però poi non chiediamo scusa se non realizziamo i nostri sogni. Cioè se non andiamo oltre. Perché quando le persone veramente vogliono qualcosa, qualcosa di magico accade. 

Le distanze si accorciano. Trasformiamo i tramonti in albe, i lunedì in sabato, i respiri e i battiti in amore, le voragini in trampolini di lancio ed ogni momento diventa un’opportunità.

Alberto

@per4piedi

Un commento Aggiungi il tuo

  1. dansprinte ha detto:

    Passavo di qua, ho letto mi è piaciuto l’articolo.
    +1 per la frase michael altshuler !

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