Il mio vicino di casa.

Mi spoglio, mi rivesto, esco di casa. Cerco la mia battaglia di quiete. Potrei fare le scale come riscaldamento, ma perché in fondo? In ascensore guardo le scarpe da corsa ai piedi e noto che la destra è allacciata più stretta della sinistra. Ci sono giorni pieni di parole e giochi di specchi, più simili ad un teatrino patetico, che divertenti. Arrivo al piano terra e la porta dell’ascensore scorre. Mi trovo davanti il signor C., il mio vicino di casa. E’ parecchio che non ci vediamo. “Stai bene?”, mi chiede. “Che bello rivederti. Stai andando a correre, bravo.” Ha l’aria stanca.

Di solito ci vediamo la sera, specie d’estate. Facciamo due chiacchiere da terrazza a terrazza, quando la città cambia volto mentre le luci di auto e locali prendono il posto al tramonto.

Il signor C. ha più di 70 anni, porta i capelli sotto le orecchie e dei gilet da esploratore. Cammina da solo, ma con difficoltà, non ho mai saputo perché. Ed ha una capacità di descrivere le cose che mi piace.

“Lei come sta?”

“Avevo appuntamento in ospedale per una visita alle 5 e guarda sono già le 7. Che Paese è diventato questo. Tu sei sempre in giro, vero? Fai bene.”

“Mi dovrei fermare un po’, rallentare, però”, rispondo. “E tornare dalle mie parti, a casa mia.”

“Eh, capisco. Ti sento quando parti, però continua a muoverti, che va bene. Io sono vent’anni che non lascio questa città. Una volta era diverso, sai che lavoravo come commesso viaggiatore, andavo spesso a Genova e Torino. E anche a Parigi e Vienna. Pensa che prendevo sempre il treno due ore dopo la fine del lavoro, così visitavo un museo o una mostra. Poi tutto è cambiato e adesso non ho molta autonomia a camminare. E pesare sui miei figli non è giusto.”. Pausa. “Non ti ho mai detto che venti anni fa mi hanno diagnosticato… e chi si muove più?”. E tutto si ferma in me.

“Dai, dai cambia espressione. Non sono mica morto e tu continua a muoverti. E a correre. Sai che usavo la tua stessa marca di scarpe: ma queste qui sono dei missili in confronto alle mie. Te le mostrerò.”

“Mi piacerebbe.”

“Sai cosa ho fatto la mattina che mi hanno detto che malattia ho? Sono tornato a casa, ho baciato mia moglie, ho indossato le scarpe da corsa e ho corso la Maratona per conto mio. Potresti scrivere questa cosa sul tuo sito. Sarei onorato.”

“Una Maratona intera, così pronti via?”

  
“Sì. In linea dritta: quando sono arrivato a 21 chilometri, ho ripercorso la strada al contrario. Cinque ore, senza mangiare. Pensa che matto, non avevo idea di quanto tempo la malattia mi desse. E correre la distanza della Maratona, beh volevo farlo prima o poi. Mia moglie non mi ha parlato per tre giorni. Meglio, perché non avevo più fiato”, il signor C. ride, malinconico e sereno.

“Non riesco a immaginarlo.”
“Queste cose si fanno senza chiedersi il perché, quando… beh non importa. Tanto sai cosa voglio dire. Ora vai, che si fa tardi. Torna a casa tua, se è ciò che vuoi, ma non smettere di muoverti. Non fare del male a nessuno, ma non permettere a nessuno di fartene. Se serve, fuori il carattere. Come nella corsa.

Il signor C. sparisce dentro l’ascensore.

Respiro. Mi scaldo. Parto per la mia battaglia di quiete.

Un abbraccio

Alberto

(@per4piedi)

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Xplesso ha detto:

    Grande Alberto e forza signor C.

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