Venezia è complicità. 

Inspiro. Respiro.
Sono al centro della prima griglia di partenza del Garmin Tour. I chilometri da percorrere sono 10. Lo speaker ha appena detto che in realtà sono uno in più.

Meglio così. La linea del traguardo è in Riviera Sette Martiri, a Venezia.

Accanto c’è la mia amica Francesca. Ci siamo iscritti all’ultimo, due settimane fa.

“Ti va?”

“Sì.”

Venezia ci aspetta.


Aspetto questo momento dall’anno scorso, e me ne accorgo solo ora. Durante quest’anno ho imparato a vivere nel presente. A respirare, nei due momenti che compongono ogni respiro. 

Inspiro. 

Respiro. 

Solo dentro. Solo fuori. 

L’ho capito a Venezia, durante la Maratona dello scorso anno. L’ho percepito proprio nel punto dal quale scatta questa corsa, che fa percorrere gli ultimi undici chilometri del tracciato della Venice Marathon. Sarà marketing, ma tra tante operazioni di marketing che costellano il mondo del running, questa è quella con un fascino reale, elegante.

C’è Venezia ad attendere e questo, per quanto mi riguarda, è sufficiente.

Io e Francesca siamo partiti prima dell’alba. Il parco San Giuliano era ancora immerso nell’ombra quando abbiamo parcheggiato. Francesca ha svitato il tappo del thermos e abbiamo bevuto il the caldo, che ha appannato i finestrini dell’auto.


Abbiamo iniziato il riscaldamento mentre saliva la luce del giorno e siamo arrivati al via quando le nuvole si sono aperte, lasciando cadere un po’ di sole sopra la laguna. Venezia è luce. Via.


Il Ponte della Libertà mi annoia e mi affascina. Certo, è molto meno faticoso ora che sono appena partito. Chi corre la Maratona arriva qui dopo 31 chilometri. Oggi mi posso godere i gabbiani che sfrecciano ai lati, più veloci dei treni. Il gioco di prospettive che accompagna verso la città di San Marco ha qualcosa di misterioso. Le guglie laggiù sembrano imperturbabili al nostro avvicinarsi. Credevo fosse un miraggio tessuto dalla stanchezza. Scopro che è un effetto ottico e un giorno qualcuno me lo spiegherà. Noto che Francesca ed io procediamo ad un ritmo regolare. Il respiro è accordato con quello del cielo color pesca, che si stiracchia sopra la laguna. L’arrivo in città cancella all’istante la monotonia del Ponte. Venezia si sta svegliando.

Qualcuno da dietro mi urta forte il piede sinistro. La donna ha l’aria mortificata sotto la bandana della Garmin e uno scalda collo di lycra fucsia.”Scusa, mi sono distratta.”

Non resisto a fare una battuta:“Nulla, però allora devo stare molto attento quando arriviamo a San Marco.”

Ridiamo. Venezia è sorridere.

Dietro l’edificio della capitaneria di porto avvicino Francesca e le dico “Preparati.”

Boom


Quando riappare l’acqua il mulino Stucky disegna il confine dall’altra parte della laguna. Le Zattere si stanno animando a giorno e noi filiamo leggeri. La carovana di runner inizia a correre in silenzio. Lo sguardo corre sopra il mantello d’acqua, collega i tetti dei palazzi e le spigolature delle sagome delle barche a vela attraccate, che ballano la loro ninna nanna marina.


E poi il mio appuntamento. Punta della Dogana, il confine estremo. Dopo c’è solo il mare. Oggi dall’altra parte del Canal Grande si passa attraverso il ponte di barche, allestito durante la notte prima della Maratona e smontato entro il tramonto. E’ un luogo che esiste soltanto il giorno della Maratona. Chi lo raggiunge entra in una zona di magia. Quel ponte è la mia Isola Che Non C’è.

Mi fermo perché voglio tenere con me quel momento. Se l’avessi fatto l’anno scorso, la Maratona l’avrei finita in gondola.

Mi soffermo lì appena qualche istante, ma mi godo tutta l’energia degli altri runner che passano. E mi godo il privilegio che sto ricevendo per poter ancora correre lì. Strizzo l’occhio al campanile di San Marco, che ricambia con un sorriso. Venezia è pazzia visiva.


Devo recuperare Francesca che è andata avanti. Inizio a correre veloce. Sento solo il vento sul viso, non so a quanto sto andando. E non mi importa. Chi corre per sentire il vento, non ha tempo per guardare l’orologio.

Supero Francesca uscendo dal giro in piazza San Marco. Non importa, so già cosa fare.

Supero ponti velocemente e mi fermo nello spazio prima dell’ultimo. Saltello sul posto, guardo indietro. 

“Fai riscaldamento? Guarda che la corsa finisce laggiù”, mi urla in dialetto una signora, da dietro le transenne, tra le risate delle amiche.

Sorrido, le faccio segno di aspettare e indico Francesca che sta arrivando. La transenna applaude, guidata dalla signora.

Venezia è ilarità, è complicità tra sconosciuti.

Mi godo la salita dell’ultimo ponte e la sua discesa. Sono emozionato come un anno fa. Quel momento mi ripaga di un sacco di cose, mi restituisce un sacco di energie, mi dice che ciò che mi ha reso come sono non è quello che ho guadagnato, ma è quello che ho perso.

La mia miglior amica lancia le braccia al cielo. Ha realizzato un altro sogno di corsa.

Penso di poter urlarmi dentro davvero in quel istante:“Io sono Fenice” e il traguardo è lì anche per me.

Concentratevi solo sul vostro respiro. Inspirate. Espirate. Ora.

Non è forse questo qualcosa di simile alla felicità?

Ciao,

Alberto

(@per4piedi)

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