Un caffè tra runner. 

Quanti treni siamo in grado di perdere nelle nostre giornate?Alcuni treni non si possono perdere proprio, altri non si sa.
Non è nemmeno l’alba, fuori Conegliano dorme ancora calma. Questa sera andrò a correre. Ci sarà il gelo, forse più di ora. Non importa: non posso aspettare una spiaggia serena ed un cielo senza nuvole per correre.

Intanto, il treno. La stazione prima delle sette è già l’ingresso di un mercato rionale il sabato mattina. Tanta umanità, per di più in balia del blocco del sistema informatico di erogazione dei biglietti. Ci scusiamo per il disagio eventualmente arrecato.

Ecco non è il blocco del sistema, è quel “eventualmente” che mi fa arrabbiare.

Comunque, pace interiore.

Il treno arriva. Il treno parte. E io salto su al volo senza biglietto. Di certo la mia spiegazione sarà convincente dovesse servire ad un controllore zelante. Un viaggio da clandestino. Fino a Pordenone. Non si può essere schiavi delle applicazioni informatiche. Credo di essermi anche addormentato per qualche minuto.

Scendo dal vagone e decido di comprare subito il biglietto per il ritorno. C’è il caos anche davanti alle biglietterie della stazione di Pordenone. Aspetto buono in fila il mio turno alle macchinette automatiche. Pigio lo schermo, fingendo di non sentire la noiosa voce metalliche che mi intima di fare attenzione ai borseggiatori, quando incrocio lo sguardo con un ragazzo, davanti alla macchinetta di fianco.

Ci guardiamo per quel lungo secondo riempito dal pensiero “Ma io questo dove l’ho già visto?”


Boom. 

I pixel dello schermo dei social diventano realtà. Su Instagram e Twitter quel ragazzo si chiama @marcocarnier, nella vita reale presumo perda la @. Qua la mano.

“Marco”

“Alberto”

“Per 4 Piedi”

“Lui”

“Wow”

“Che roba” “Che Strano” La voce elettronica mi dice che il mio biglietto sarà valido solo per la data selezionata e io penso che questa novità è una bella cazzata. Ma non dovevo prestare attenzione ai borseggiatori?

“Ho perso il treno. Dovevo andare a Udine.”

“Quindi hai tempo per un caffè?”

Io e Marco ci seguiamo via social da un po’ di tempo. So che ci unisce quel curioso legame che si instaura tra i runner. Che anche se non ti sei mai visto, hai percorso già un pezzo di esperienza assieme.

Dalle foto che pubblica mi ero fatto l’idea che a Marco piacesse il movimento all’aria aperta. Gli scatti descrivono una passione seria per la corsa, unita però alla leggerezza che viene dalla condivisione con gli amici. 

Ed iniziamo a parlare. Senza monitor.

Studia da tecnico radiologo a Udine, prima faceva ingegneria, ma non andava. Bisogna perdersi per trovare la propria strada. 

Mi racconta che all’ospedale di Pordenone è stato da poco installato un macchinario per esami radiologici identico a quello che adopera la Juventus nel proprio centro medico, a Torino. “Perché non chiedi di fare un tirocinio lì?” e dopo poche battute, tra le tazzine di caffè che si svuotano e i treni che non passano, ci raccontiamo un po’ di noi. 

Marco descrive la nostra zona – Conegliano e Pordenone sono in fondo i confine di un’unica metropoli interregionale – con quelle parole che individuano i motivi per cui ci torno appena posso. Lui preferisce il trail, io ancora l’asfalto, anche se ultimamente sto mettendo un po’ i piedi fuori strada. Non parliamo di gare future o allenamenti. 

Parliamo del correre e mi accorgo che siamo due persone che identificano la corsa con la nostra quotidianità.

Penso alla potenza della tecnologia, all’innovazione dirompente che c’è nelle distanze che si accorciano, penso a quanto i click, i like, i RT, i cuoricini abbiamo un giorno iniziato ad accompagnare le nostre vite senza lasciarle più. Penso a quanto questo possa essere alienante, oppure estremamente umano, se un giorno per caso ci incontreremo e troveremo il tempo per fermarci a prenderci un caffè.

Paradossale che due runner si incontrino quando si fermano.

I treni forse ripartono e gli uffici stanno aprendo.

Ci salutiamo, con un sincero reciproco in bocca al lupo. Forse ci rivedremo, chissà.

Di certo un caffè è più umano di un #hashtag.

Qua la mano,

Alberto

(@per4piedi)

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