Fight For Freedom – tribute to Muhammad Ali

Entro in casa. Tutto è buio e non trovo l’interruttore della luce. Inciampo sul trolley e allungo d’istinto le braccia, sperando che qualcosa nell’ombra mi afferri mentre sono in volo. Sono sudato dopo la corsa e desidero l’acqua fumante per lavarmi via l’inverno. Però prima, mi asciugo un po’ e inizio a fare stretching. A me piace così. Fuori la città inizia a respirare la sera. Accendo la musica. Un disco curioso, Remo Anzovino e Roy Paci, assieme in un progetto musicale dedicato a Muhammad Ali. Si intitola Fight For Freedom – Tribune to Muhammad Ali: 12 pezzi, altrettanti round. E’ la colonna sonora di “Da Clay ad Ali – La Metamorfosi”, film di Emanuela Audisio, che racconta la vita della leggenda della boxe.

Pianoforte e tromba si alternano, dialogano, si sfidano, si completano. La stanza fredda e poco illuminata, sopra la città stretta dal gelo, si trasforma nelle strade di Miami, dove Cassius Clay correva, in tempi in cui se correvi ed eri nero di certo eri un ladro in fuga. La traccia d’esordio Take Another Jab forma la rabbia del futuro campione, quando i ring erano in periferia. Testardaggine e disciplina. Estro e indolenza crescono insieme. Mi viene in mente la frase di Ali: “Io ho corso sulla strada molto prima di danzare sotto i riflettori”. Inizio a fare le serie di squat con due manubri dritti sopra la testa, dietro le orecchie, con il volto vicinissimo alla parere, ma senza che il naso la tocchi. La dimensione è incredibile. 

Poi mi metto ad utilizzare il rullo per le fibre muscolari. E’ solido e denso. I muscoli delle gambe devono quasi aprirsi per scivolarci sopra. Suona Let It Rain, e la finestra aperta (a me piace così) soffia dentro l’aria della notte. E’ un pezzo in cui la tromba jazz domina, con il piano alleato necessario, discreto, non distante. Melodia morbida. Leale. Impastata di malinconia. E quasi urlo mentre i muscoli si sciolgono. 


La forza esplode nel funky di Cassius X, dedicata alle scelte più dirompenti di Clay, come il rifiuto della divisa per il Vietnam, o la conversione all’Islam al grido “Ora non sono più schiavo.”.

Quasi da contraltare Blue Interlude e avverto tutte le sensazioni che salgono quando nemmeno la corsa riesce a mettere nel giusto ordine pensieri ed idee. Quando tutta l’arte di correre diventa fatica, il divertimento si perde e la concentrazione si fa sedurre da perdite di tempo. E arriva il momento del plank che, da qualche tempo, è diventata una magnetica sfida tra braccia e addominali. Suona The King of The World, un pezzo che senti proprio in pancia e sale, fino ad esplodere nelle mani. C’è un riff ossessivo, di bassi e percussioni, che imita il roteare dei pugni al punch ball. il roteare delle gambe nelle ripetute, in una Maratona corsa su tapis roulant, un movimento in costante equilibrio, dentro lo stesso stupore e azione di chi corre, di chi guarda. Una clessidra quasi infinita, mentre gli addominali iniziano a tremare, le gocce di sudore si radunano, seguendo la linea della fronte, in perle ordinate e selvatiche. Fino a quando decidi di lasciare la posizione del plank, che è un esercizio che nella tua massima fissità, esprime tutta la tua libertà. 

Paci e Anzovino concludono il loro racconto musicale di Muhammad Ali con la ballata I’m not leaving, io non vado via, io non lascio, io non mollo, io non so fare altro che andare avanti, anche quando il Parkinson fa tremare la fiamma olimpica nella mia mano, anche quando i riflettori e tutta la potenza giovanile si esauriscano, anche se non sono stato forse capito, ma a me di essere capito non mi importava, io ero e sono e sarò il più Grande e se non lo avessi creduto io, tu non lo avresti fatto a nome mio e allora io non getto la spugna. Non lo so fare. 


Io so solo combattere per la Libertà. Anche quando sono tanto stanco da non dormire più. Fino alla prossima corsa.

Gong.

Alberto

(@per4piedi)

Credit fotografici: la copertina dell’album è fotografata da Thomas Hoepker. La foto di Remo Anzovino e Roy Paci è di Simone Di Luca.

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