On your block, Bolt tornerà.

Mi chiamo Usain St. Leo Bolt, sono nato il 21 agosto del 1986 a Sherwood Content, nell’isola della Jamaica. Dicono che io sia il più grande velocista della storia dell’uomo, il più veloce di tutti. Nessuno sul pianeta Terra ha corso mai veloce come me. Nessuno nella storia.

E’ per questo che a 30 anni ho deciso di ritirarmi dalle competizioni e dalle piste di atletica. Ho vinto la mia prima medaglia nel professionismo dieci anni fa. Solo dieci anni, volati in un fulmine. L’ultimo atto sono stati i Mondiali di Atletica a Londra


Ieri sera doveva essere il mio tripudio totale. Quello che ho fatto negli ultimi 120 mesi è stato vincere ovunque nel mondo, battere chiunque. Anzi, sono diventato talmente tanto forte a fare quello che faccio che non sono io che batto gli avversari: sono loro che provano ad avvicinarsi alla mia schiena. 

Io li guardo, accelero, sorrido

Dicono che prima di me l’Atletica stesse morendo, troppo tecnica, troppo distante dal grande pubblico. Con me l’Atletica è diventata uno show planetario. Londra doveva essere la mia passerella, il Re che esce di scena venerato, come immortale. Invece, la mia carriera è finita con la faccia sulla pista, il mio sorriso deformato da una smorfia di dolore per un muscolo della gamba sinistra andato fuori giri all’improvviso. 

Un ingranaggio ha ceduto ad 80 metri dalla fine della mia carriera e dall’inizio del mio mito. Dunque, ritirarmi a 30 anni è stata la scelta corretta. Mi sono ritirato in cima al mondo e alla storia, e non solo del mio sport. 

Alle Olimpiadi sono stato capace di vincere solo medaglie d’oro. La pista ha detto 9, poi una me l’hanno tolta perché, dicono, uno dei miei compagni della staffetta 4 per 100 a Pechino, nel 2008, ha preso una sostanza proibita. Otto mi sembra un grande numero comunque, il simbolo dell’infinito.

Tutti i record del mondo dei 100 metri, dei 200 e della staffetta 4 per 100 sono miei

E l’ho fatto con il sorriso. 

Dietro al sorriso? Ore su ore ed ore in cui mi sono massacrato in pista, a volte fino a vomitare la mia bile a bordo del campo perché ho imposto al mio corpo uno sforzo non assimilabile. Spesso devo entrare in una tinozza d’acciaio fino all’ombelico e farmi coprire dal bacino in giù di ghiaccio. Serve per togliere tutte le infiammazioni che ho lungo i muscoli della gambe. E credetemi, quel ghiaccio brucia tutto. Perché, vedete, dietro ai riflettori, le medaglie, i record che dureranno generazioni, le persone ad occhi spalancati che mi applaudono, dietro ai contratti milionari con gli sponsor che con la mia immagine vi vendono qualunque cosa, io sono fatto di carne, sangue, ossa come voi

E per scrivere la storia che ho scritto ho dovuto portare ai confini del mondo il mio corpo e la mia mente. Quando si corrono i cento metri in meno di 10 secondi le mente entra in uno stato di trance, quasi si spegne, e ogni volta c’è il rischio di non tornare più giù da quel momento.

Ieri sera, due ore dopo l’infortunio, avevo la gamba sinistra tra le mani del fisioterapista. Ero arrabbiato, non doveva finire così. A me questo mondo piace, mi ha dato tutto e volevo salutarlo come merita. Ho preso il telefonino e ho fatto un video in diretta. Dicono che sia un bravissimo comunicatore, in fondo le aziende che mi hanno pagato per continuare, come la Puma, lo hanno fatto anche per questo, non solo per i successi sportivi. 

Poco fa ho terminato il giro di pista nello stadio di Londra per salutare il pubblico nel mondo: mi hanno permesso di farlo, anche se non era nella tradizione. Io la tradizione l’ho riscritta e quel giro me lo sono goduto tutto. Ero teso come nemmeno alle gare dell’Olimpiade che ho vinto in quello stadio. Durante il giro, nel chiasso assordante, bellissimo, mi si è avvicinato un ragazzino, sfuggito chissà come alla sicurezza. Mi ha chiesto una foto, ho notato il sorriso e la sua tutina della Nike. La mia ultima foto in una pista di atletica sarà vicino ad un fan della marca concorrente a quella che mi ha sponsorizzato per tutta la carriera. Ho riso. 


Un altro aspetto ironico di questa uscita di scena è questo, e c’entra sempre la gamba sinistra: il 16 agosto del 2008 ai Giochi olimpici di Pechino ho vinto il mio primo oro nei cento metri. Avrei compiuto 22 anni dopo pochi giorni e partivo da favorito. Ho corso e ho realizzato il nuovo primato mondiale: 9 secondi e 69. Ero così contento che negli ultimi 30 metri ho addirittura rallentato per festeggiare. E mi si è slacciata la scarpa sinistra. Che momento è stato. Anzi, che momento continua ad essere.

Ammetto, lo sapete già, avrei voluto uscire di scena da vincitore, da imperatore. So, lo sapete anche voi, che anche se non ho vinto ancora una volta resterò una leggenda, per sempre più veloce, come recita lo slogan della Puma. Sono convinto che in Jamaica, a Trinidad and Tobago o alle Bahamas o in South Africa sia già nato o nascerà presto il bambino che farà meglio di me, però dovrà essere disposto ad andare oltre quello che ho fatto io lontano dai riflettori, tra una gara e l’altra.


E poi, visto che sono più veloce della mia ombra, come Peter Pan, chissà che non mi venga voglia di riprovarci. Doha nel 2019 è abbastanza vicina e abbastanza lontana per raccontare un’altra storia ancora. Perché so che il momento che mi mancherà di più di questo show planetario è quello della chiamata, quando lo speaker dice “on your block” e lo stadio e il mondo trattengono il fiato per guardarci. Poi sento lo sparo e io mi trasformo in un lampo.

Però vivo nel presente, correre tanto veloce mi ha insegnato questo.


Mi chiamo Usain St. Leo Bolt e, fino a che un altro non correrà almeno come ho corso io, sono stato, sono e sarò l’uomo più veloce, sempre. 

Per sempre più veloce.

Alberto

(@per4piedi)

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