#RuntoNYC: un capolavoro a New York.



New York si fa scoprire e raccontare per immagini e frammenti, e non può essere mai una cosa sola alla volta. L’aria ti scivola sul collo e ti alza un brivido, mentre sollevi lo sguardo dove il sole e la luna giocano a braccio di ferro, giorno dopo giorno senza sosta, tra grattacieli e strade, regolari nella forma e tumultuosi nel resto. Eppure ci sono angoli di quiete assoluta, quasi parentesi distese tra l’adrenalina e il prisma di possibilità che c’è a New York.

E poi c’è la Maratona.


Bisogna svegliarsi molto prima dell’alba e lasciare la stanza con la voglia di tornarci diversi. Staten Island è lontana circa un’ora di corriera. Pian piano in cielo è il turno del sole. Devi aspettare tre ore prima di iniziare a correre. L’attesa si vive tra prato, ciambelle e liquidi zuccherati offerti dagli sponsor, il miele che spari nel pane degli hamburger già diviso in due fette nel sacchetto, noccioline, bagni chimici ordinatissimi, coperte e felpone, che lasci in beneficenza. Fa freddo e l’emozione non serve del tutto a scaldarti. Se vuoi, quello è il momento per la concentrazione, che per me è fondamentale prima di ogni corsa, anche quella sotto casa. Entri nelle gabbie di partenza secondo un percorso che mi ha ricordato quello dei gladiatori verso l’arena. C’è l’inno nazionale statunitense, c’è la voce di Frank Sinatra, ci sono più di 50mila persone che correranno come te. Ma quando vedi l’ingresso di Verrazzano, sembra che il ponte stia guardando solo te e New York dietro dica:“Benvenuto, da qui in poi non puoi tornare indietro. Vediamo chi è più forte.” E senti lo sparo e ti trasformi in corsa. Percorri tutto il ponte, inizia subito in salita. Lì ci sono solo runner e così via per tre chilometri. 


Alla fine, ti aspetta Brooklyn. Piove, ma la luce è stupenda e la gente è tutta per noi. Ci dedicano la loro gola e restano senza voce. Siamo perfetti sconosciuti, in quel momento siamo fratelli. I newyorkesi rispettano chi corre in modo totale. E chi sta correndo la Maratona delle loro città è un essere umano da venerare e far sentire accolto. Le endorfine si sentono a casa dopo poche miglia. Tu non devi fare altro che correre, divertirti, respirare la città e dare il massimo. Al resto ci pensa la gente di New York. Si dice race day, il suono mi sembra un ruggito

Ed è così anche nel Queens, dove trovi chi ha fatto la spesa dal fruttivendolo per regalarti banane e frutta secca. La musica non smette un attimo. Viene dalle band lungo le strade e dai ragazzi che si sono radunati agli angoli e ballano e cantano. C’è il jazz, il rock, l’hip hop. Hai “Ita” scritto sulla maglia e la risposta della città è un urlo:“Go Italia go”. Quando incontri un gruppetto di italiani ti senti di correre con la maglia della Nazionale addosso. E leggi ogni genere di cartello. Sono parole piene di ogni cosa che la corsa possa esprimere. Passione, birra, sesso, amicizia, fatica, gioia, abbracci, sudore, sorrisi, baci, carezze, politica, fuck you. Per loro siamo “tanto stanchi quanto sexy”, rockstar, sista and bro, amici eterni per lo spazio di pochi passi. “In una scala da 1 a 10, voi siete a 26.2!”, che in miglia sono i nostri 42 chilometri e 195 metri. 


Arriviamo alla mezza Maratona e un maxi schermo proietta l’arrivo del vincitore a Central Park. E lì mi sento in tre dimensioni: sto vivendo appieno un evento che non fa differenza tra chi vince e chi arriva quando il sole è tramontato. Capito il senso della Maratona di New York? Qui del tempo se ne fregano, stai correndo la loro Maratona, hai dedicato mesi della tua vita per essere lì. Tutta quella gente ti sta ringraziando perché stai diventando un Maratoneta nella loro città che, ho capito, è qualcosa di diverso dall’essere un Maratoneta e basta. Al 25esimo chilometro il Queensboro Bridge punta due dita verso ognuno di noi e ci sfida a percorrerlo. 

Ma quanto dura questo ponte? E che pendenza ha? Sembra in discesa, poi mi volto per cercare qualcuna delle mie compagne di squadra di #RuntoNYC e vedo che, in realtà, la strada è in salita, con un tipo di terreno che ti frena. La discesa arriva quando le cosce stanno per scoppiare e il cervello inizia a dire “Sei sicuro che ci riusciamo?” “Sì! Ci riusciamo. Corri, non pensare.”.


C’è una nebbiolina leggera che svela i tetti dei grattacieli. Sembra un quadro surrealista del MoMA, eppure siamo solo noi che corriamo sopra la città. New York si sta inchinando alla nostra corsa. Ecco, a questo non ero pronto. E mi pulisco sudore e lacrime dalla faccia, senza che tu te ne accorga. Per fortuna c’è il ruggito del Bronx. Torna la musica, quella rude, piena di grinta e determinazione. Qui chi dà il cinque a bordo strada ti sbatte contro tutta l’energia violenta che ci vuole nelle ultime miglia. Qui è nato il rap più pesante, quello che urla di alzarsi in piedi e tirare fuori la voce e allargare le spalle perché da lì in avanti la Maratona farà quello che fa in tutte le città del mondo. Ti morderà senza pietà, ti spaccherà i polmoni, ti ingannerà il cervello se tu non sei più incazzato di lei. 


Dopo il 32esimo chilometro, ne mancano 10, sembra un conto alla rovescia dolce, sarà la prova di testa e di corpo più dura che affronterai. Qui si lotta e basta. Abbiamo due milioni di persone a fare il tifo. Nessun dubbio e spingiamo dentro le Blushield. Balliamo. E arrivano Manhattan e Central Park, godiamoceli. Qui la gente rallenta per la fatica e perché il numero di persone che c’è si prende tutte le forze rimaste. Per fortuna tutta la mia squadra, ovunque sia in questo momento lungo il percorso, arriva lì lucida e il merito è delle strigliate e del lavoro che ci ha fatto fare quel campione olimpico che ci aspetta al chilometro 39, facendo un tifo indemoniato per i metri finali. Sono i più tremendi, perché un sacco di persone cammina, bisogna andare a zig zag, e così la Maratona si allunga. Bisogna tirare fuori i superpoteri per spostare con i muscoli la gente. Cambio di passo, l’abbiamo provato tante volte. In dieci passi, il ritmo diventa di un minuto più veloce. Zuccheri, tocca a voi bruciare adesso. Se ci siete, diventiamo definitivamente divinità. Se non ci siete, sveniamo per terra. La differenza tra una Maratona da sogno e una da incubo è negli ultimi 3 chilometri. Abbiamo negli occhi l’energia che ho sperato e che credevo. 

Quanti ne stiamo superando?

Qualche volontario oltre quella linea ha già in mano la medaglia che ci metterà al collo.

Ognuno di noi 50.000 ha la pelle ricoperta di brividi, l’anima di lividi e agli angoli della bocca lecca via il sale di lacrime e sudore e pioggia.

La gente di New York ha ragione: siamo bellissimi così!

Quella gente è lì per noi e ci ha inciso addosso un giorno che non dimenticheremo mai.


Quanto durano 195 metri?

Chiunque tu sia, adesso te lo dico.

Un passo.

E mancano quattro metri.

Ti dico che se abbiamo fatto tutto questo percorso fino a qui, io e te siamo uguali e ci completiamo, altroché no.

Mancano tre metri.

Ti dico che non saremo mai perfetti, ma visto che qui e ora stiamo bene, allora va bene così.

Solo due metri.

Ti dico: hai mai guardato un sogno in faccia come sta accadendo ora?

Un metro.

Ti prendo per mano e ti dico che siamo arrivati nel luogo dove ci sentiremo per sempre a casa.

Alberto

(@per4piedi)

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