Gilbo, i colibrì sono Ironmen.

“Benvenuti nella giungla, è Cagnaccio che vi parla.”.

Credo che un giorno Gilberto Zorat potrebbe aprire così una delle sue trasmissioni televisive, dove racconta storie di persone normali, che diventano straordinarie attraverso lo sport. Oppure, quello potrebbe essere il saluto per una giornata dedicata a raccontare, dal centro della strada, la corsa o il Triathlon. Gilbo lo conoscono in tanti, la sua voce ha fatto compagnia anche a te, magari, mentre sfinito cercavi un punto di riferimento per individuare il traguardo.

A me, la sua voce ha fatto scendere da una montagna. Ero in Piancavallo, con le scarpe del mio primo trail affondate nella neve, ed ero ultimo. Volevo arrivare al traguardo, non mollare solo perché quello non era il mio ambiente naturale. E mentre cercavo in qualche modo di scendere dal pendio, sentivo quel matto dello speaker urlare il mio nome dal fondo della valle. Diceva che se ne sarebbe andato a casa solo quando io fossi arrivato al traguardo. E lo ha fatto davvero, regalandomi la forza di chi ti aspetta, qualunque sarà il tuo percorso. E per lui io ero solo un numero di pettorale e lui per me una voce dentro al microfono. Questa cosa gliela ho vista fare diverse altre volte.

E adesso, Gilbo, eccoci qui. Perché aspetti sempre l’ultimo prima di abbandonare il microfono? 

“Nella vita è il 10% quello che ti succede e il 90% è come reagisci. Questa frase a me ha cambiato la vita e lo sport non c’entra. Sono grato di tutto quello che ho e, se con la mia voce posso raccontare le emozioni che lo sport fa vivere, allora sento di doverlo fare sia per il primo sia per l’ultimo.”.

È un insegnamento che ti è rimasto addosso durante la tua prima Maratona, quando fare lo speaker non era nemmeno un’idea.

“La prima Maratona è nata come una sfida con mio padre. Avevamo deciso di correre quella di Venezia, era il 2007. Poi, ad una settimana dal via,  mio papà è venuto a mancare. La settimana prima ancora, alla marcia dei funghi di Budoia, mi ero fatto male al ginocchio. Il giorno della Maratona sono partito lo stesso, con tre ginocchiere addosso ed uno zainetto sulle spalle. A metà corsa, mi sono lasciato cadere per terra a piangere. Mi si è avvicinato un ragazzo, Gianpaolo si chiamava, che così, senza sapere chi fossi e perché stessi piangendo, ha deciso di fermarsi e di accompagnarmi. Ci abbiamo messo 6 ore e 49 minuti ad arrivare al traguardo di Venezia, incontrando un sacco di persone. Così ho conosciuto le retrovie del gruppo di chi partecipa ad una prova enorme come è la Maratona: e, come diresti tu, ho capito che prima si corre via da qualcosa e poi si inizia a correre verso qualcosa.”.

Più che un cambio di prospettiva sembra un imprinting. 

“Forse lo è stato davvero, l’imprinting del Baddog, del Cagnaccio, il soprannome che mi hanno dato i miei amici, perché non mollo mai.”.

Come hai iniziato a fare lo speaker?

“Il mio sport preferito è il nuoto e nel 2013 stavo facendo il volontario ad una gara internazionale a Lignano. C’era bisogno di un presentatore e tutti mi hanno guardato. Io ho detto: “Ok, io non so come si faccia, ma lo faccio alla mia maniera”, solo che all’epoca non esisteva la mia maniera. Ho cercato di mettere nel microfono la passione che ho per il nuoto.”.

Quando fai lo speaker alle corse sembri mosso tu stesso da agonismo, leale e appassionato: cosa vuoi trasmettere alle persone? 

“Una volta ad una gara prima del via ho detto: “Ragazzi questa oggi è la nostra chiesa. Attorno a voi potete avere tre tipi di persone: uno sconosciuto, un rivale o una persona che vi è cara. Annulliamo le differenze e scambiatevi un gesto di pace. Trasferiamo questo nella vita, diciamo no alle differenze. Mi piace trasmettere queste buone vibrazioni e spero che le persone un po’ se le portino a casa.”.

Noto che associ l’esperienza che si fa attraverso lo sport ad una serie di valori utili nella vita di tutti i giorni. 

“Per me questo passaggio è fondamentale. Nel mondo dell’Ironman il regolamento dice che uno vince, tutti gli altri sono finisher, questa parola, che racchiude tante cose come sai bene anche tu, nasce da lì. E l’Ironman lo finisce chi taglia il traguardo: correndo, camminando o strisciando. La vera ribellione è parlare del valore profondo dello sport. Io tifo per gli ultimi, perché sono loro che possono cambiare le cose, come nella favola del leone e del colibrì.”.

Me la racconti?

“Un giorno nella foresta scoppia un incendio e il leone cerca di far mantenere la calma tra gli animali, ma la maggior parte di loro scappa. Solo i colibrì vanno avanti e indietro dal fiume all’incendio, portando ognuno qualche goccia d’acqua. Ci mettono un giorno intero, ma alla fine l’incendio è domato. Ecco, se invece di scappare, tutti portassero una goccia d’acqua dove serve l’incendio verrebbe spento in fretta. Con le piccole gocce si cambiano le cose.”.

Nuoto, Maratona e poi un Triatlhon, addirittura un Ironman, lo hai completato anche tu. E alla tua maniera, cioè non solo per l’elemento sportivo.

“Ho fatto l’Ironman in un momento di grande difficoltà personale, e intendo quelli in cui o ti arrendi o rilanci. Ho iniziato ad allenarmi in novembre del 2015, la bici l’ho presa a maggio, la gara era il 7 luglio del 2016, a Francoforte, in Germania. Ho allenato la testa con un ipnotista, mi sono allenato solo nei fine settimana e mi sono fatto crescere la barba.”.

Cosa ti ha insegnato preparare e completare l’Ironman?

“L’Ironman è l’approdo a cui vuoi arrivare, almeno una volta. E per farlo devi mettere in fila una serie di elementi che ti fanno dire: “Io posso farlo”. E anche quando sei lì, in mezzo alla folla dei partecipanti, e capita qualcosa che ti suggerisce che è meglio mollare, tu hai la possibilità ancora di dirti “No, io posso farlo”. Credo che ogni tanto ricordarsi questa forma di resilienza faccia bene.”.

Cosa ti ha chiesto in cambio l’Ironman?

“Mi sono giocato il tendine d’Achille.”.

C’è una cosa che vorresti dire durante una delle gare che commenti, che sintetizza il tuo percorso umano e sportivo?

“Diamo troppo per scontato il tempo che abbiamo a disposizione. Dobbiamo cogliere intensamente il senso di ciò che facciamo. Trasformare le cose negative in positive, cogliere il coraggio, cambiare approccio, superare il limite grazie alle salite. Ogni tanto la resilienza va rinfrescata e puoi farlo con le sfide. Ci si dà fiducia così e riparti da te.”.

Alberto

#4piedi

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