TransKamchatka: Stefano Gregoretti e Ray Zahab sfidano la Kamchatka.

Uno spazio all’apparenza infinito. Talmente bianco, silenzioso, che il primo passo assomiglia all’inizio di una nuova vita. Al secondo ti accorgi che il deserto di ghiaccio sta già guardando te ed il tuo compagno di viaggio. Per i prossimi giorni, tanti, vi si aprirà davanti una dimensione così profonda da prendersi tutto il vostro respiro. Forse, pensi, qui il senso del tempo si disperde.

 

Immagino che Stefano Gregoretti e Ray Zahab proveranno qualcosa di simile quando, ad inizio febbraio, inizieranno ad affrontare la scoperta della Kamchatka: 500 chilometri di penisola, tutti tra i 20° ed i 40° gradi sotto zero.

Impervio, inesplorato sono vocaboli che perdono quasi il significato umano davanti a questa forma di Natura.

Dopo il deserto della Namibia nel gennaio 2018, di corsa, 1.900 chilometri in 29 giorni, i quattro piedi di Gregoretti e Zahab scriveranno sulla neve la loro nuova avventura, chiamata “TransKamchatka”, ambientata all’interno di uno dei territori più inaccessibili che Madre Terra abbia realizzato.

Gli sci ai piedi, nessun tipo di approvvigionamento. Traineranno una slitta ciascuno, distribuendosi tutte le risorse materiali necessarie per arrivare alla fine del viaggio. Ogni slitta pesa 80 chili. 25 giorni davanti, forse 30, dipenderà dal meteo, per disegnare una scia umana che unisca e sconfini la corrente gelata dei fiumi, il pendio ghiacciato delle montagne, il pulsare di vulcani e geyser. Da ovest ad est, quasi a riportare il sole dove nasce, tra il Mare di Okhotsk, l’Oceano Pacifico e poi il Mare di Bering. Qui il gelo del circolo polare cala direttamente e ha plasmato l’irrequietezza di 160 vulcani, 29 ancora svegli. A descriverla sembra fantascienza. Eppure, c’è chi ci vive in Kamchatcka: pochissimi, una persona per chilometro quadrato

Perché lo fate? Che senso ha?

In queste avventuredice Stefano – ciò che cerco più di tutto è il contatto con la vera natura incontaminata, che con il passare dei giorni, nonostante gli ostacoli che ti pone davanti, finisce per inglobarti fino a farti sentire in comunione con essa.”.

Creare ciò che nessuno ha creato prima. Dimostrare che una via è possibile.

 

Credit photo Jon Golden Photographer

Penso a cosa possano sentire esseri umani come Stefano e Ray quando affonderanno sulla terra il primo passo di un viaggio così. Cosa lascino andare per far spazio a ciò che sarà. Credo esistano strappi, non lo so, l’alba che si apre a metà tra luce e buio, l’aria fresca che entra dalla porta. E che esistano luci, dentro cui ti riconosci respirare e poi vivi senza aver bisogno di chiederne il senso o un ritorno di qualche tipo.

Ti lasci scorrere. In pace, verso dove nasce il sole.

 

Alberto

#4piedi

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