L’Intruso, trovalo.

C’era una cosa a cui pensavo mentre ti vedevo arrancare in salita, pensare di non farcela, eppure non mollare un istante.

Mi è capitato di aver a che fare di recente con le parole “mi sento un intruso” “mi sento fuori luogo” “non sono adatta a quel ruolo“.

Parole che delineano la sensazione di non essere adatti a quella situazione, sentimento, posizione, luogo, meraviglia, opere ed omissioni.

La conosco bene quella sensazione, perché l’ho provata per anni ed anni, e ogni tanto la sento ancora.

Quando ho iniziato a correre mi hanno detto: “Non sei adatto a questo sport”. Triplice fischio e tutti sotto la doccia.

Figuratevi poi quando ho detto: “Voglio arrivare alla fine della Maratona, almeno una volta, anche strisciando”.

“Non ci riesci, ma sai quanto è lunga una Maratona?”.

“Voglio provare a fare quel lavoro, a realizzare quella cosa che ho in testa, a scrivere una storia che inizia così”.

“Praticamente impossibile, visto il punto di partenza: mica sei raccomandato, ricco, nato a Milano, figlio di qualcuno che è già in quel mondo là”.

Olè, grazie a tutti e l’ultimo chiuda la porta.

E meno male che ho proseguito: pensate se avessi dato ascolto a ciò che generano quelle parole, solo per garantirmi qualche alibi comodo e nemmeno provarci ad alzarmi da dove ero per andare un pochino più in là.

Ad un certo punto, mi sono stufato, ho ringraziato tutti e sono andato per la mia strada, costellata di altri intrusi.

Meno male che ci sono gli intrusi. E che io mi sia sentito tante volte, e ancora a volte mi senta, così.

Con più difetti che pregi, con più tasselli del puzzle da migliorare, rafforzare, smussare e non già una sfera perfetta, che rotola veloce senza incertezze.

Prendiamo Venere, la top delle top delle dee dell’Olimpo.

Venere è Venere perché è strabica e ha il neo vicino al naso, mica perché ha il culo sodo e non stringe la felpa attorno alla vita le prime volte che va a correre.

Meno male che mi sono sentito tante volte fuori luogo, così mi sono dato da fare per raggiungere il luogo in cui volevo stare. E tanti ancora ne voglio raggiungere.

Ci vogliono tempo, tantissima pazienza, una calma infinita, la forza dentro che ti fa spostare ogni giorno un po’ il confine. Senza fretta, senza filtri, senza paura anche però per ciò che potrà accadere lungo il percorso, su per la salita, nelle giornate di pioggia sotto la maglia e di aria gelata.

Limare, smussarsi, tenere con sé l’essenziale. Chi si sente intruso ha già tutti gli strumenti che gli servono per costruire qualcosa di unico. Deve solo cercarli ed imparare ad usarli.

E una volta fatto, nessuno glielo toglierà più.

Pensavo a questo mentre ti vedevo arrancare in salita, pensare di non farcela, eppure non mollare un istante.

Ciao,

Alberto

#4piedi

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