TransKamchatka: chi ce lo fa fare.

Si fa presto a dire TransKamchatka.

Una pagina bianca a forma di penisola. 500 chilometri di esplorazione assoluta, dentro una sfera sospesa tra i 20° ed i 40° gradi sotto lo zero. Il menù dell’hotel Kamchatka prevede la corrente gelata dei fiumi, i pendii tutto ghiaccio delle montagne, il pulsare dei vulcani ed il ruggito dei geyser. Prima della Russia, però, Stefano Gregoretti è andato dall’altra parte del mondo, in Québec, a Chelsea, dove vive Ray Zahab, suo compagno di attraversata. Stefano e Ray stanno ultimando i preparativi all’interno del bellissimo Parco de la Gatineau, a nord di Ottawa: “E’ iniziata la rumba”, per dirla alla Gregoretti.

Dopo il primo post dedicato all’impresa che inizierà a metà febbraio, ho notato curiosità, stupore, attesa in molte persone, anche tra chi non segue questo genere di avventure umane. E c’è una domanda netta, inevitabile forse, che ricorre: “Ma chi glielo fa fare?”, così, spontanea, come l’istinto.

Ecco, Stefano, chi ve lo fa fare?

“E’ una domanda che comprendo. Vivo queste esplorazioni perché mi ricaricano la testa e mi fanno dare importanza e valore alle cose che contano davvero. Potrà sembrare banale, ma tra rogne, impegni, contrattempi, distrazioni costanti, che ci sono ovunque, c’è il rischio che passino i mesi senza rendersi più nemmeno conto che le giornate si stanno allungando e che tra poco sarà primavera.”

Per cose che davvero contano intendi dare qualità al tempo?

“Dunque, a me piace la parte più avventurosa della mia vita, ma mi piace anche altro, come le spaghettate allo scoglio che mi faccio con gli amici a Riccione, sparando un sacco di cazzate dopo una corsa in compagnia. In avventure come quella che sto per vivere laggiù in Kamchatka, ritrovo sempre il contatto con ciò che è importante. Immagina, sei nel deserto e qualcuno ti chiede: “Hai sete?”. E tu ne hai moltissima, è quasi insopportabile. Allora quel qualcuno ti chiede ancora: “Hai 100mila euro? Sì. Ok, dammi tutto quanto e io ti dò un bicchiere d’acqua”. Ecco il deserto della Namibia, l’Artico, la Kamchatka ti fanno ricordare il valore di un bicchiere d’acqua.”

Durante la TransKamchatka tu e Ray vi orienterete anche con il percorso dei fiumi o la forma delle montagne.

“Cercheremo di seguire il corso dei fiumi in mezzo alla catene montuose che incontreremo. Non so nulla, o poco, di quelle terre, poiché non ci sono informazioni, siamo i primi a provare questo viaggio. E lo scopriremo un passo alla volta. E’ una prospettiva importante questa. Pensa. Se voglio andare a Livigno, mi collego ad internet e vedo che lì ci sono meno 24 gradi. Che temperatura ci sarà in Kamchatka ora, tra un’ora, domani? Non so. Però non mi posso preoccupare di una cosa che avrò davanti tra dieci giorni. Vedrò quando sono lì: il fascino è anche questo.”

In un luogo senza punti di riferimento, se non la Natura, come immagini sarà il tempo?

“Un chilometro è sempre lungo uguale, ma può essere velocissimo, che ti sembra non durare un niente, oppure essere infinito. E devi fare la pace con quel chilometro, che non finisce più. Trasformare quella fatica in qualcosa di bello. Chiederti: perché sono qui in questo chilometro? La risposta è semplice, secondo me: perché fino a questo momento ho fatto qualcosa che mi piace. E non parlo solo dei chilometri appena compiuti, ma di tutto il percorso personale. C’è una cosa che Ray dice sempre e mi piace ricordarla adesso che sono qui a casa sua: “Se sei in Canada, goditi l’inverno”. Se sei in mezzo al ghiaccio, è inutile sognare le Maldive.”

La Kamchatka ti fa paura?

“Ho una paura enorme di quei posti lì. L’anno scorso in Namibia dovevo correre e basta, stando attento che il mio corpo non si rompesse. Quindi dovevo correre in un certo modo, mangiare e dormire in un certo modo, tenermi efficiente, in tutto. Ma la rotta era nota, c’era assistenza. Qui siamo soli, con le nostre due slitte cariche di 80 chili l’una, su cui trasportiamo la tenda, dotata di una stufa in titanio, i viveri e ben 10 chili di tecnologia per tracciare tutto. Questa impresa ha una probabilità del 25% di riuscire: per la Natura io sono una formica. Ma, per quanto formica, un passo alla volta, la attraversiamo la Kamchatka. Quando fai cose così, e ognuno ha le sue, diventi qualcos’altro.”

Cosa?

“Quando tutto sarà finito, ti ritrovi in un albergo, con tutti i confort, e però non ti senti più al sicuro, ma più vuoto. Perché non è più così automatico che in tutto il mondo ci sia un bicchiere d’acqua sempre a disposizione. A volte, per superare la fatica o il gelo, provo a concentrarmi su un pensiero bello, come il colore degli occhi delle mie figlie, e ci sono momenti in cui non riesco mica a ricordarlo quel colore lì. E rinunciare alle cose che scaldano è la prova più dura. Io non so mica se ho voglia di andare, e questo dubbio me lo fanno venire gli automatismi. Allora parto proprio per tenere accesi la mia anima e il mio essere umano. L’ignoto va abbracciato, la paura accolta. Come dice Simone Moro: “Si va per vivere, non per morire”.

Che cosa mangerete?

“Grassi semplici, noci, miso liofilizzato. L’acqua non credo sarà un problema con tutta quella neve. Forse, a metà del percorso, incontreremo un paesino abitato, ma siamo in autosufficienza completa, quindi non ci riforniremo e non entreremo nelle case. Se lo facessimo, sarebbe quello che io chiamo doping etico, c’è poco da dire.”

Quindi il rischio più grande che vedi è l’automatismo di dare le cose per scontate?

“Non mi dò una soglia di rischio, se non quella estrema, che però non dipende da me, ma dalla Natura. E poi, tutti quanti noi ogni giorno corriamo rischi che ormai non vediamo più. Quante volte abbiamo attraversato la strada nel nostro quartiere? Ormai lo facciamo senza guardare se arriva qualche auto, magari addirittura abbiamo le cuffiette del telefono nelle orecchie. L’automatismo è il rischio peggiore. Bisogna stare svegli nel presente. La consapevolezza è questo.”

Alberto Rosa

@per4piedi

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