Sahara Marathon: Saharawi Refugees Camps.

L’Africa nera è solo a quattro passi da qui, cantano i Negrita in “Radio conga”.

E c’è chi come è fatta l’Africa lo va a vedere, a passo di corsa.

Tindouf è una località nel deserto del Sahara Occidentale, diventata la patria nomade del popolo Saharawi, che vive in costante esilio dentro i limiti di un immenso campo profughi, all’estremo sud del deserto algerino al confine con il Marocco.

La storia degli Saharawi è un cielo pieno di stelle e tradizioni secolari, che affondano le radici più profonde nei misteri del deserto, nell’orgoglio guerriero di non rassegnarsi alle spartizioni coloniali del territorio africano, senza però nemmeno cedere alla violenza e agli estremismi.

Beatrice ed Andrea sono partiti da Padova per raggiungere Tindouf, conoscere e vivere la realtà di questo spicchio d’Africa e partecipare alla Sahara Marathon che avrà al centro i campi rifugiati Saharawi.

La corsa è un ponte.

La corsa è un mezzo per conoscere il mondo, per spostare il proprio orizzonte e collocarlo in una prospettiva diversa da quella della quotidianità. Non importa il punto di partenza.

In fondo, Padova e Tindouf sono punti sulla mappa del mondo divisi da qualche parallelo, che determina i destini di Bea, Andrea e dei volti che incontreranno sotto quel cielo Saharawi dove affronteranno la loro scoperta del nuovo, più una Maratona.

E per preparare questa Maratona nel deserto, Andrea e Bea hanno accettato di cambiare il loro modo di preparare una corsa tanto lunga.

Sono addestrati a questa distanza, ma nel deserto sarà molto diverso. Non è solo questione di temperatura.

Una consapevolezza emersa piano, mentre capivano e sentivano le caratteristiche dell’ambiente, del clima, del percorso, la sua storia, le sue tradizioni più intime, cosa rappresenta il deserto per gli Saharawi, cosa sono per loro le tende, dove quelle tradizioni proseguono, e che diventeranno la casa di Andrea e di Beatrice sotto le stelle africane.

Non trovo nulla di eroico nell’affrontare questa esperienza. Piuttosto, nelle parole dei miei amici che partivano per l’Africa, ho trovato un sacco di umanità, di tenerezza, di voglia di scoprire qualcosa in più di ciò che è altro e aver capito che conosceranno di più loro stessi.

Chi si mette sulla strada del proprio cammino non è un eroe, è prima di tutto una persona che sente il richiamo di qualcosa, accetta di avere il coraggio di andare fino in fondo a quella voce, verso l’ignoto che è in noi.

Ci vuole la grinta giusta.

Ciao,

Alberto

#4piedi

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