Tra i lupi nella neve.

Con la mente e le parole scavalcare i meridiani, scivolare sulle linee immaginarie di latitudini e confini, sorvolare distanze di chilometri e fusi orari. Più in basso ci sono due sci giallo fluo che procedono sulla neve in Kamchatka. Si alternano a volte, a volte pattinano. Sono ai piedi di Stefano Gregoretti e stanno scrivendo una storia unica, su pagina incontaminata, ai confini del mondo.

Fa freddo attorno, molto. A volte anche dentro.

La velocità di crociera è più lenta di quella preventivata, la neve non permette accelerazioni in avanti. L’inverno russo ha ispirato grandi scrittori e musicisti, che hanno mescolato la loro creatività con le condizioni climatiche. Per gli esploratori è lo stesso, niente sconti all’hotel Kamchatka, specie in alta stagione.

Il fiato esce dai denti già congelato e rientra, dilatando la gabbia toracica, e lasciando una patina di condensa liquida ai bordi della bocca. I fiumi sono impraticabili per chi vorrebbe scivolarci sopra, perché non sono ghiacciati, o troppo poco, per sostenere il peso di due esploratori e delle loro slitte. Stefano e Ray passano su mucchi di neve e sentono il rumore dell’acqua che gorgoglia più sotto. La superficie potrebbe aprirsi, confondersi all’istante con i vortici gelati della corrente che scorre, insensibile agli abbracci dell’inverno, che la vorrebbe trasformare in ghiaccio.

E allora bisogna creare vie alternative, inedite anche per i piani fatti a tavolino, al caldo, prima di partire, a Petropavlosk. Costantine, il veterano degli esploratori di questa parte di mondo, lo aveva detto. Ray e Stefano erano preparati, ma viverlo ora è diverso.

La neve è un muro costante di un metro e mezzo, due a volte. Bisogna avanzare per gradi, prima sondarla solo con gli sci, lasciare la slitta, creare la pista, batterla, vedere dove si può passare e ritornare a prendere la slitta. Ogni chilometro cosi si triplica.

Dopo una settimana di cammino, la pianura che ha preso il posto della spiaggia, adesso si alza e arrivano le montagne. Sta nevicando e nevicherà. E’ un luogo selvaggio, nel significato più secco, quasi carnale, della parola.

Già, le parole.

L’illusione che l’uomo ha inventato per descrivere il mondo. Ma nessuno forse mai è stato qua, nessuno ha descritto il silenzio della Kamchatka. A cosa servono le parole se il silenzio appoggiato sulle orecchie è interrotto soltanto dal martellare ritmico di un picchio, lungo la penombra della foresta o, di notte, da qualche ululato nel vento.

In mezzo alla neve che ha la consistenza dello zucchero a velo si muovono file di lupi.

Sono schivi, non si fanno vedere. Lasciano che gli esseri umani proseguano il loro destino. Ogni tanto, lanciano il loro canto al cielo. Le loro comunicazioni al resto del branco. Per due giorni, Stefano e Ray sono stati seguiti da una piccola volpe e dovevano stare attenti che non si infilasse sotto la tenda a rubacchiare qualcosa.

Stefano spera di non dare fastidio a questi animali, Sono a casa loro, dice, e lui spera di non essere di troppo.

Il procedere al ritmo imposto dalla Natura è quanto di più umano si possa incontrare, anche se accade in un luogo che di umano ha sempre meno.

Alberto Rosa

#4piedi

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