Berlin Legend!

Ecco, mancano poche ore alla partenza per Chicago e sgorgano le parole dedicate alla Maratona di Berlino.

Di solito, finita una Maratona, mi sgorgano lacrime, e non subito, ci mettono qualche giorno a scivolare. Questa volta ci sono soltanto parole. Le parole sono lacrime, in fondo? In fondo, adesso non importa.

Del resto, durante la corsa a Berlino, mi sono commosso, due volte.

La prima, tra il chilometro 16 ed il 19, ripensando al 2016 laggiù e al 2019 qui ora. Curiosi sono i numeri. La seconda, un passo prima della porta di Brandeburgo e poi via fino al traguardo. L’ultimo chilometro della Maratona di Berlino è stato il più veloce di ogni mia Maratona. Quello che la testa ha desiderato fino a crearlo, le gambe se lo vanno a prendere.

Due momenti perfetti, o poco nuvolosi.

Perché a Berlino pioveva, molto. Da tre giorni, da quando sono atterrato con la squadra. Magliette rosse, Ich bin ein Berliner stampato su fronte, l’ambizione di essere chiamati #Berlinlegend scritta sul retro: perché, se vuoi davvero un obiettivo, devi lasciartelo alle spalle, dietro, diventare l’obiettivo, andartene oltre. La corsa ha senso solo se è in avanti.

La squadra l’ha proprio voluta, questa corsa.

Anche chi non è venuto con noi e dall’Italia non ci ha lasciato un attimo con il pensiero. Esistono pensieri, nascono da sé, limano le distanze, le accorciano, sciolgono un po’ il tempo.

Per mesi, allenamenti all’ora in cui bisogna accendere le luci, presto d’inverno. Su e giù per le colline, mentre si inseguono le stagioni. Color pastello è il cielo in primavera, poi accecante d’estate. Il respiro appesantito dal caldo d’agosto, che ritorna più sciolto in settembre. Corse in pista (la luce che c’è in pista al tramonto è bella come una favola). Ripetute dentro al buio, quando la notte è appena iniziata. Di nuovo, la luce del sole si affievolisce. E poi arriva la partenza, la vigilia, ore fatte per essere ingannate.

In fondo, la corsa è un gioco di attese da riempiere, di emozioni che pazientano per esplodere.

Pioveva un sacco a Berlino, per tutta quanta la corsa. E anche nei giorni prima e nei giorni dopo. Quando non pioveva, l’umido strano dei viali scendeva con te in metropolitana, nelle pizzerie aperte a Berlino est da alcuni ragazzi italiani, nelle librerie da una copia solo per libro, nel tratto lasciato su di un muro qualunque da un artista di strada, che non chiede il permesso di scrivere sul muro.

Non riesco ad immaginare come possa essere vivere in una città strappata in due da un muro, una cerniera che divide. 30 anni fa era in piedi, adesso le sue tracce sono ancora ovunque. Una cosa così resta, nasconderla non puoi, non avrebbe nemmeno senso. Ci sono cose che non puoi nascondere, che puoi solo superare, lasciare indietro, lasciarti andare in pace, senza pesi, senza sentire nemmeno la pioggia.

C’è un prima ed un dopo dietro ogni muro che cade, ogni limite spostato un po’, ogni Maratona vissuta.

Al traguardo ho fatto una cosa strana da fare alla fine della Maratona, dicono.

Ridevo.

Sì, dopo la porta di Brandeburgo, ho riso di gusto.

Alberto

#4piedi

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