Venice Marathon: davvero tanto accidenti!

Anthony ha lasciato San Francisco da due settimane e ora è accanto a me a Stra. Parliamo del più e del meno. Ha un inglese che comprendo bene, nonostante l’accento della California. E non riesco a non guardare la telecamera che porta allacciata alla testa piena di capelli bianchi spettinati. Anthony mi racconta che corre ultraMaratone da quando ha trent’anni. Ora ne ha 60 e, per la prima volta, corre la Maratona. Non era programmato, è successo. E’ in Italia per un mese di vacanza, sua moglie lo aspetta a Venezia. Ascoltiamo l’inno d’Italia, Anthony porta la mano destra al petto. Lo sparo. Parte la prima ondata di partecipanti. La seconda, la terza. Anthony ci siamo. La quarta. Tocca a noi. La quinta. “Alberto let’s go, go, go!”.

La partenza della Maratona di Venezia è una festa. Ogni sguardo punta in fondo alla strada, verso piazza San Marco. Ascoltarsi e trovare il proprio ritmo, quello che fa stare in equilibrio adrenalina e pace, è un po’ difficile. 

  
Andrea è già andato avanti. Prima di partire ha chiamato Valentina per dirle:“Ti voglio bene.”.

Correrò da solo la mia seconda Maratona. Vedo un concorrente tutto vestito di verde scuro che mantiene la mia stessa velocità. Lo eleggo mio pacer e lo seguo. Però il mio punto di riferimento scarta presto di lato, scende rapido lungo il ciglio della strada e scompare lesto tra i cespugli, a fare la pipì. Accade ai runner, e mi ritrovo da solo in mezzo a 8.000 corridori.

Non mi sento solo mai, però: ho ancora il Go di Anthony che mi rimbomba nelle orecchie. E vado. E’ un volo magnifico. La sensazione positiva si interrompe davanti alle zone spazzate via dal tornado di luglio. Mi viene in mente il messaggio che Eleonora ha lasciato sul blog la sera della vigilia. Spero le arrivi il mio abbraccio sincero. Lungo la riviera del Brenta la Maratona attraversa molti paesi, ogni piazza è una festa. Perfetti sconosciuti che fanno il tifo per perfetti sconosciuti, come se ci conoscessimo da tutta la vita. Questa Maratona è un villaggio globale. 

C’è un concorrente con la gamba destra tagliata sotto il ginocchio. Avanza con le stampelle. Braccia possenti, ritmo deciso. Adesso per non farcela devo trovare una scusa più grande. 

Il paesaggio lunare di Marghera ha la funzione scenica della calma prima delle montagne russe del parco San Giuliano. Fino al trentesimo chilometro volo. Ho trovato il ritmo che volevo tenere oggi. Né più, né meno. Questa Maratona è vento. 

E poi commetto l’errore di inesperienza che, credo, mi ha insegnato molto per i chilometri che verranno. Mi fermo per rifiatare anche se non ne sento il bisogno. Bevo, mangio, riparto. Saluto con mignolo, indice e pollice tesi la cover band dei Kiss all’uscita del parco. La strada scende curva a sinistra, quasi si avvita. Ci siamo, il famigerato ponte della Libertà sta arrivando e io mi sento bene. 

Poi arriva un colpo di tosse. Fatico a deglutire. Mi fermo. Respiro. “Dai Alberto”, dice qualcuno, leggendo il nome che porto sulle spalle. Riparto, ma ho perso la concentrazione. Forzo per ritrovare in fretta il passo. Ottengo di sentire la fatica urlare passo dopo passo. E il ponte della Libertà se la ride. C’è un Go che mi rimbomba nell’anima, però. Che sensazione strana. Dall’altra parte dell’Oceano è arrivato un uomo che non rivedrò più e che non sa che mi sta portando al traguardo. Alcuni gabbiani bellissimi e indifferenti planano sulla laguna. Loro quel ponte lo conoscono per istinto. 

Chissà Andrea quanto avanti sarà. Chissà chi troverò al traguardo. Perché io è lì che voglio arrivare. Punto. Quando il dolore, ovunque, diventa senza parole, inizio a correre con la volontà. Mancano sei chilometri. Questa Maratona è lotta. 

  
Punta della Dogana è la prospettiva di Venezia che preferisco. E’ forse il nome che me la fa apparire tanto suggestiva. Punta della Dogana: il punto di non ritorno in una città di confine. Questo è il mio ombelico del mondo. 

“Mamma mia” dico quando il ponte di barche che unisce Punta della Dogana alla riva inizia a portare la mia corsa sopra l’acqua del mare, quasi a tu per tu con il campanile di San Marco. Corpo e mente hanno ancora la lucidità per ricordarsi ciascuno di quei 166 metri e inizio a battere la mani. 

Quel ponte sarà smontato subito dopo la Maratona ed esiste solo oggi. E’ l’Isola che non c’è. 

Ho raggiunto la città Utopia. 

  

Semplicemente, è un momento felice. Sento il boato di piazza San Marco. E penso. 

Penso che ho vissuto un’estate piena di vita.

Penso che sto correndo la seconda Maratona in sette mesi. Penso che tra un paio di chilometri potrò smettere di correre. E che i ponti che mancano ancora fanno parte del gioco. Non auguro a nessuna persona a cui voglio bene di correre una Maratona, ma se vorranno farlo cercherò di aiutarli con tutto me stesso. Penso di aver desiderato un momento così da sempre. E’ tutto mio. All’arrivo ritornerò nel mondo degli adulti. Ma ora ci sono solo io, pieno di sudore salato e di luce negli occhi. E’ una bella giornata a Venezia. “Per 4 Piedi!”, le urla mi svegliano. “Grande Albe”. Il traguardo, la linea d’ombra. Questa Maratona è finita.

  

Abbraccio Chiara, la prima volta che sono stato a Punta della Dogana ero con lei.
Alla fine della notte c’è la mattinata.

  
Spero che ognuno di voi viva il tempo della propria vita.

Alberto

(@per4piedi)

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. nino ha detto:

    e una maratona dura pero quant’è bella ?

  2. Simone ha detto:

    Devo dire che per me è stata la prima ed è stata una esperienza stupenda . Ti segnalo il link al mio blog http://feelingood.it/2015/10/29/la-prima-volta-non-si-scorda-mai/

  3. Giuseppe ha detto:

    Ero alla mia settima maratona ma l’emozione negli ultimi due km è stata grande. Bellissimo percorso e magniifico il giro da Piazza San Marco.

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