Ici c’est Paris!

Esistono corse così unite al luogo dove si svolgono che, mentre le vivi, la sensazione è quella di qualcuno che ti prende per mano per portarti a conoscere casa sua.

Una casa dalle dimensioni di una città.

E, dopo un po’ di tempo, dedicato ad un progetto che mi ha assorbito in modo incondizionato, ritorno a raccontare questo tipo di corsa: spensierata, intima, allegra, leggera, condivisa, quando capisci che correre è uno sport individuale declinato al plurale.

E lo faccio da Parigi.

La 20 Chilometri di Parigi è una delle competizioni classiche del podismo europeo, giunta all’edizione numero 40.

Già qui la numerologia si impenna, come l’imponente leggiadria della torre Eiffel, punto di partenza e di arrivo di una corsa alla quale sarò sempre affezionato.

Quasi 30mila partecipanti, in una calda mattina di metà ottobre, con Parigi già sveglia di primo mattino, dopo una notte di festa, in un movimento unico, degno dei ragazzi di Prévert che “si baciano in piedi contro le porte delle notte”.

La prestazione vera è cercare la fragranza della città mentre i passi si alternano tra il pavé della salita che porta all’Arco di Trionfo e il fogliame che resiste all’autunno di Parc du Boulogne.

Tracciato tecnico, a tratti nervoso, a tratti placido, come i cambi di direzione sulla terra battuta dei campi del Roland Garros. O come il lungo, ondulato, rettilineo lungo la Senna, e i ponti con le orchestrine swing si allungano fino a diventare tunnel, casse che amplificano le urla dei runner in mezzo ai neon gialli capovolti.

C’è il tifo, discreto o diretto, i rifornimenti con frutta secca o zucchero bio. Ci sono i comitati di accoglienza dei quartieri e qui un pensiero a New York mi scappa. Ci sono i battelli di Rimbaud e Verlaine che, sornioni, collegano le sponde della città, come l’ago di un telaio, miglia nautiche più in là rispetto a da dove sono partiti, all’ombra di un museo o di un bordello, del passato.

Magari Bansky, chiunque sia, sta correndo attorno a me, magari è tra il pubblico, fermo sorridente come l’immenso Salvator Dalì dal sorrido enigmatico, che nemmeno MonnaLisa, sopra l’allestimento parco giochi di Niki de Saint Phalle ad una salita di distanza dal labirinto verticale, bozzolo del centroPompidou.

Saranno francesi questi francesi, ma amano la città. Amano chi si prende del tempo per scoprirla a passo di corsa, amano chi si emoziona perché lo sfiora il vento che lambisce l’Obelisco e va a fare le capriole tra gli spazi lasciati vuoti dal ferro della torre Eiffel.

Mi sono affezionato a questi 20 chilometri, orgogliosi di non assomigliare ad una mezza Maratona, superbi per non essere le commerciali 10 miglia, tanto in voga dall’altra parte del mondo.

Qui sei a Parigi e non c’è nulla di diverso che in realtà ti serva.

E quando scopro che dietro di me c’è Deadpool, quello dei fumetti, allora ici c’est Paris et rien ne va plus, lo dico anch’io.

Ciao,

Alberto

#4piedi

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