#RuntoNYC: … e se? 

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La formula magica sembra essere passi brevi, senza fretta, ma costanti. La salita è molta e oggi ho il vento contro e pioviggina. Qualcuno mi ha detto che nella storia entrano gli scalatori, non i discesisti. Intendeva che ci sono alcune prove necessarie per arrivare dove la meta è ancora nel mondo dei sogni. E la strada, la corsa insegnano che a volte è necessario saper aspettare, a volte è opportuno accelerare. In entrambe le situazioni, se lo fai con la consapevolezza di te stesso sei invulnerabile. In caso contrario, è un bel casino.
La salita oggi è tanta, ho il vento contro e piove. Devo trovare un pensiero che mi distragga…


Ecco. Qualche giorno fa era una calda giornata primaverile. Era il quarto giorno consecutivo che andavo a correre: una volta molto lento, un’altra veloce, una volta una ventina di chilometri da solo. Quel giorno non avevo in testa nulla: andare e poi si vedrà. L’aria mi invitava a correre e anche il paesaggio. Campi stiracchiati dopo l’inverno, il cielo di un azzurro nuovo, il percorso con la vegetazione alta che sembra darti il cinque come il pubblico a bordo strada, durante una gara (il concetto di gara ancora mi sfugge…). E i miei piedi vanno. Vanno bene. Vanno proprio bene.

Ma a quanto stiamo andando, piedi?

Ma cosa ti importa? Oggi vai e basta, che non ti succede nulla, al massimo ti diverti e ti senti vivo.

Il sole scalda il giusto e il venticello accarezza ogni cosa che il mio sguardo coglie. Bip. L’orologio dice che sono al quinto chilometro e ci ho messo meno di 25 minuti.


… e se? E se oggi scelgo di provare a correre 10 chilometri con la voglia di correre veloce come non mai? Se oggi mi sfido, mi affido all’istinto e vado, fino anche a scoppiare, ma provo a spostare un mio confine appena un po’ più oltre? Se la smetto di puntare romanticamente a correre diecimila metri in meno di 50 minuti e lo faccio davvero? Oggi sono una macchina perfetta. E penso a New York, perché in fondo, essere al quarto giorno di corsa consecutiva non è una risposta ad una domanda. Piuttosto è preparare la cassettina degli attrezzi per una Maratona. É lasciarmi scorrere dentro un sogno, che poi non è nemmeno New York o la sua Maratona, ma è provare la sensazione di realizzare un viaggio. Partire da un “Come sarebbe se…?” e arrivare al “Hai visto che bello!”.


E allora oggi ho voglia di vincere. E vado, vado, vado, mi lascio correre, oggi sfido il tempo. 

Dentro le mie scarpe, con calzini buffi alla Andy Warhol, con la testa nel presente e il cuore nell’altrove. Perché ogni battito, tutti i respiri danno vita al movimento che sta per accadere, sono già dove io sto arrivando. E’ questa la sensazione che rende umani i sogni. Il resto viene da sé, non lo so. 

Bip. 

L’orologio dice che sono al decimo chilometro e ci ho messo 49 minuti e 30 secondi. Oggi le dimensioni del tempo sono importanti, ho scelto. Oggi ho espanso i confini del mio regno fatto di lacci, scarpe, pantaloncini, piedi, magliette, sudore, bandane, frutta secca, tanta acqua e birra alla fine. Oggi ho vinto.


La strada per New York è ancora lunga, ed in mezzo ci saranno tante altre cose, ma scalpito come un cavallo e questo non me lo toglie nessuno.

Il pensiero svanisce e ritorno alla mia salita, alla pioggia e al vento. Anzi, mentre pensavo a quella corsa al tramonto, la salita è alle spalle e io sorrido.

Ciao,

Alberto

(@per4piedi)


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