Ti dedico le mie caviglie.

E quindi correre in montagna è così. Un costante su e giù, senza sosta o quasi.

Birra? 

Dopo.

Andare, con lo sguardo che ricama lo spazio che c’è tra il terreno sotto i piedi e la meraviglia del paesaggio.

Dopo Primiero, anche il Cansiglio ha offerto la sua parte di emozioni, fatica, esperienze.


Dico spesso che la montagna non è il mio ambiente, non quello per correre almeno. Eppure, sembra che abbia le gambe buone per farlo. E non sono solo, in questo. Anzi.

Forse è proprio il gusto per questa scoperta che mi fa venir voglia di riprovare ancora a correre dentro il luna park chiamato Cansiglio.

E dentro la corsa alla scoperta della Foresta Magica ci sono state suggestionidiverse, contrastanti, liquide. E ci vuole un po’ per farle sedimentare tutte, altrimenti si rischia di spegnere le emozioni con la medaglia che sparisce nel buio della mia scatola dei ricordi della corsa, accanto a scarpe usate e pettorali stropicciati.


E prima di rimettermi in strada, credo che conserverò molte cose della Cansiglio Run. Conserverò anche la bottiglietta di Goccia di Carnia che ho utilizzato alla fine per farmi la doccia all’aperto: una delle docce più belle che abbia mai fatto, con le montagne tutte attorno e le nuvole grigie che stavano portando una doccia più grande.

E qui Bukowski si impenna.

Se questa è la fine, all’inizio le buone gambe sono venute fuori in quel chilometro netto, corso in 4 e 35”, con la mia compagna di luna park Romina, per non arrivare un’altra volta in ritardo sulla linea di partenza.

Certo che arrivare al via ed essere già tutto sudato non è molto decoroso.

Le gambe buone te le mostrano i cavalli selvatici che corrono accanto al tracciato. E solo ad osservare quelle creature perfette ed istintive, io mi sento goffo e impacciato.

Mi viene però in mente che un purosangue non gareggia con i pony.


Ci vogliono gambe buone per affrontare un tracciato non docile, che inizia con una salita birichina e finisce, una mezza Maratona dopo, con alcuni strappi decisi.

In fondo, quassù, è bello così. 

Correre in zone fuori dalle mie abitudini è stato un viaggio a tappe. Una dopo l’altra, un passo dopo l’altro. In mezzo, ho scoperto una forma di altruismo e farsi compagnia diverso dal solito. Meno orientato al risultato a tutti i costi e più propenso ad andare e arrivare fino all’obiettivo prefissato, scelto magari per scherzo, magari imitando le mosse di un gatto in cerca della preda.

Perché puoi avere le gambe buone, ma se te ne vai da solo, che senso ha?


Ho scoperto anche il grande insegnamento che mio papà ha voluto regalarmi quando mi ha fatto fare ciclismo, per alcuni anni. La certezza è che la salita finisce quando decide lei, non quando sei finito tu. Però, lei finisce, prima o poi. Tu vai e basta. Rallenta, respira, asciugati via l’estate addosso. Ma poi riprendi, via e basta.

Se riesci pure a sorridere, fai meno fatica.

Saltellare tra radici e sassi sconnessi sempre in agguato aumenta la consapevolezza. Specie quella che se cadi ti fai male. Dunque, sorelle caviglie, io so che questo non è il nostro terreno, specie per te, sorella di sinistra, che in discesa ti tieni dritta più per orgoglio che per convinzione.

Però lo sapete che noi siamo qui sù per una ragione valida… Anche dialogare con le proprie caviglie è un’esperienza da fare.


Ci sono cose che nessuno ti dirà, se non sei tu a provarle e viverle.

Bere in corsa, ad esempio. Mangiare l’anguria al ristoro finale. Sentire, appena dopo il traguardo, il nome di un compagnodelle elementari e vederlo e dopo trent’anni dargli la mano.

Oppure la foto di squadra, oppure il sorriso della sua fatica sfatta che evolve in gioia, fatta! 

Avete mai notato che il piatto di penne al ragù (anche in versione vegana) mangiato dopo la corsa è uno dei cibi più buoni che abbiate mai mangiato?

O prendere il sole sulle panchine di legno della Valassa, dopo il caffè con l’acqua tonica, formula magica dei viaggiatori per pettinarsi le ore di sonno buttate dentro le strade che portano ad un sogno.

Dunque, adesso che sei lontana, molto, ricorda che hai l’energia fresca della betulla, quella capacità di pazientare dentro alla fatica che serve, più o meno come l’acqua, in una corsa che prende il suo nome da una battaglia. Ricorda che se pensi alla fatica, allora tutto ciò che sei diventa fatica, ma se inganni il cervello, e resti concentrata sull’obiettivo, tu puoi diventare tutto quello che già sei.

Ricorda che hai gambe buone, perché tanto hai camminato e corso, su strade diverse, fino a trovare il tuo ritmo e il tuo stile, che nessuna tabella mai ti darà se non vuoi crearlo da te.

E ricorda che, almeno una volta, da qualche parte dentro la Foresta magica, qualcuno ti ha dedicato le sue caviglie.


(Fine, è arrivato il momento di ritornare a correre sulla strada)

Ciao,

Alberto

(@per4piedi)

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