“No te detengas”, perché abbiamo tutto da vincere.

Ma come? Finisce l’anno e non hai raccontato della Maratona di Valencia?

Ogni parola, ogni istinto, maturano nel momento giusto, basta avere pazienza, la pazienza tenera e grintosa del Maratoneta (vero Gaia?) e tutto arriva.

E così, eccomi a bordo divano, a ripensare all’ultima Maratona. La peggiore, se guardassi l’orologio, l’indimenticabile per quello che mi ha regalato.

Corro proprio bene a Valencia, pieno di vita, di energie, spensierato, e non so la mia mente dove sia nei chilometri attorno al dodicesimo.

Poi una crepa. Filtra una sensazione strana, si espande. Incertezza, dubbi, timore, soprattutto di rovinare il viaggio verso il traguardo a chi era al mio fianco. Appoggio il piede sinistro, il solito, ma non lo sento sul terreno. Quindi scelgo di fermarmi, di ragionare, di capire.

E il flusso di persone continua, continua il pubblico ad urlare. La linea di arrivo lontana ancora 15 chilometri. Abbastanza, davvero.

Ghiaccio spray, quello dei calciatori. Cammina, lascia che il corpo si rilassi. Datti tempo.

In qualche modo, venendo a patti con umiltà e determinazione che non pensavo di avere (o di essere?), rispetto il mio corpo e difeso il sorriso.

Incontro il pensionato di Asti, Francesco, schiena spezzata da una vita di chilometri, e buoni consigli di chi conosce l’orizzonte; poi una coppia lei di Roma, lui di Bari, mi fanno ridere, che poi il dolore si stufa e se ne va da solo.

Dentro questo conto alla rovescia manca sempre meno eppure rallento, non so nemmeno io il motivo. E Juan dice allegro: “No te detengas, ahora no!“, che nel mio spagnolo approssimativo capisco essere “Non fermarti, ora no!”.

Juan è senza pettorale, accompagna suo padre Vicente negli ultimi chilometri: ad 800 metri dall’arrivo lo faranno uscire. Avrà la mia età. Vicente è un omone alto, barba bianchissima, ancora elegante sotto il volto sfigurato dallo sforzo. “L’anno scorso abbiamo corso insieme a New York”, mi dice Juan. “C’ero anche io”, dico sorpreso.

E via, ripenso a quest’anno, ai cambiamenti continui, ai traslochi, ai fogli sparsi che diventavano le pagine di un libro, alle parole che cambiavano di continuo, e a me importava solo che Gaia prendesse sempre più forma e addirittura una faccia. Penso ai 100 km in Tirolo, ai giorni in Cansiglio, da solo, libero, in silenzio, come era necessario, al caldo snervante di Bibione, ma alla fine abbiamo ballato, alla pessima serata a Jesolo: tornando a casa – sono pronto a dirlo ora – avevo pensato di smettere di correre. Al personale sulla mezza ad Aquileia e sui 10mila a Padova. Alle persone scappate, al centro di rapporti esplosi, poi ritrovati, poi chi lo sa. I libri mangiati, le urla trattenute, perché non sta bene, i contratti di ogni forma e a quegli abbracci più forte dei denti che si stringono per mordere. E ai sorrisi, quel tempo dove le parole non servono, che a volte somigliano alla linea bianca della strada che mi riporta a casa. Penso alla corsa di Parigi, alla musica, all’arte appesa ai muri. Agli incontri nuovi, alle scoperte, alla serenità che danza sulla spiaggia insieme all’equilibrio. L’entusiasmo, con tenerezza e grinta, ancora, per raccontare le storie di altri e quella responsabilità che diventa leggerezza. E poi il libro, il mio, altre parole per dire che è una storia vera, piena di umanità e che dentro “La Regina” io ho messo tutto quanto quello che sono e che se mi dici che si divora e spacca e ti rappresenta, dentro mi apri un mondo con un orizzonte che mi fa tremare i polsi e mi fa venire voglia di volare di più.

E Juan in effetti mi afferra per un polso, Devo uscire, dice, ti affido mio padre. “Ciao papà”.

“Stai bene, Vicente?”

Bastante“, mi risponde con il fiato strozzato.

E lo prendo per mano e siamo due palline del flipper esplose, lanciate lungo l’arrivo di Valencia, sopra l’acqua, in una picchiata che sposta vento e persone, che spinge via a spallate il dolore dalla gamba, che mi sta facendo vivere qualcosa che non scorderò.

Io a Valencia non avrei dovuto correre, non avrei dovuto esserci, mi sarei dovuto fermare.

Ma pensa se mi fossi fermato, pensa se non ci avessi provato. Pensa se restassi qui su questo divano, dopo aver finito di scrivere queste parole, con cui ti dico che io e te siamo uguali, perché siamo tenerezza e grinta. Perché siamo istinto e ragione. Perché non dobbiamo fermarci, perché abbiamo tutto da vincere.

Buon anno, fai un urlo con me,

Alberto

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